Genocidio armeno: La Turchia interviene duramente


Dal Gatestone Institute, riceviamo e pubblichiamo il seguente articolo di Uzay Bulut, titolo originale in inglese: Armenian Genocide: Turkey Cracks Down. Traduzione di Angelita La Spada, adattamenti a cura della Redazione.

Il genocidio cristiano nella Turchia ottomana durò dieci anni – dal 1913 al 1923 – e colpì armeni, greci, assiri e altri cristiani. Provocò circa tre milioni di vittime. Purtroppo, l’aggressione turca contro i rimanenti armeni continua.

Secondo il mito turco, furono di fatto gli armeni “traditori” a perseguitare i turchi; e i turchi agirono per legittima difesa per liberarsi degli armeni assassini. Un’affermazione corrente da parte dei turchi è: “Se lo meritarono”.

Le menzogne e la propaganda di Stato, le quali ritengono le vittime responsabili del loro stesso annientamento, sono ciò che consente la continua persecuzione turca degli armeni rimasti nel paese, compresa la trasformazione delle loro chiese in moschee e la profanazione delle tombe e delle chiese armene da parte dei cacciatori di tesori.
………………………………………………………………………………………………………
L’annuale cerimonia di commemorazione del genocidio armeno che la sezione turca dell’Associazione per i diritti umani (IHD) e il Movimento di base europeo antirazzista (EGAM) avevano organizzato il 24 aprile – come fanno ogni anno dal 2005 – è stata bloccata dalla polizia, che ha sequestrato i cartelli e gli striscioni sul genocidio e ha controllato le fedine penali dei manifestanti. Tre attivisti per i diritti umani sono stati arrestati e poi rilasciati. In un’intervista esclusiva al Gatestone, Ayşe Günaysu, un’attivista membro della Commissione dell’IHD contro il razzismo e la discriminazione, ha dichiarato che “mentre venivano condotti alla stazioni di polizia, i manifestanti fermati sono stati costretti ad ascoltare canzoni razziste contenenti parole ostili nei confronti degli armeni”.

L’annuale cerimonia commemora il rastrellamento del 24 aprile 1915, l’arresto e il successivo massacro di più di 200 intellettuali armeni e leader della comunità armena di Istanbul per mano delle autorità ottomane – e il genocidio armeno che si consumò. Le vittime furono rinchiuse in una prigione, che oggi è un edificio che ospita il Museo di arte turca e islamica (Türk İslam Eserleri Müzesi). Gli armeni furono poi condotti alla stazione ferroviaria di Haydarpaşa, dove vennero trasportati in Anatolia per la fase finale dello sterminio. La Günaysu ha detto: “Nel corso delle nostre commemorazioni, abbiamo mostrato le scene del crimine. Le abbiamo esposte al Museo di arte turca e islamica e alla stazione ferroviaria di Haydarpaşa, luoghi del crimine. Abbiamo letto ad alta voce e citato i nomi di oltre duemila città, paesi e villaggi armeni distrutti durante il genocidio. Abbiamo annotato i loro nomi e li abbiamo affissi su tabelloni. Pertanto, non abbiamo soltanto commemorato le vittime, ma abbiamo cercato di condividere con i cittadini turchi la verità sul genocidio”.

Dal 2010, l’IHD si riunisce alla stazione ferroviaria di Haydarpaşa per la commemorazione. Quest’anno l’associazione voleva organizzare la cerimonia in piazza Sultanahmet. La Günaysu ha spiegato: “Non chiediamo l’autorizzazione all’ufficio del governatore di Istanbul per commemorare il genocidio. Ci limitiamo a telefonare e a comunicare l’ora e il luogo della cerimonia. Sui nostri striscioni c’è scritto: “Genocidio! Ammettetelo! Chiedete perdono! Risarcite i danni!” in inglese e in turco. La polizia ci ha detto che avremmo potuto organizzare l’evento, a condizione che non avessimo usato la parola ‘genocidio’. Ma abbiamo risposto che non ci saremmo autocensurati e che ci saremmo riuniti in piazza Sultanahmet per commemorare le vittime del genocidio. Avevamo inoltre preparato un comunicato stampa, ma non abbiamo potuto leggerlo né diffonderlo ai mass media a causa dell’intervento della polizia. La polizia ci ha anche sequestrato gli striscioni e le foto degli intellettuali armeni arrestati il 24 aprile 1915″.

Il comunicato stampa dell’IHD, che la polizia ha impedito di diffondere, recita parzialmente così: “Alla radice di tutti i mali di questo paese si trova il genocidio commesso contro i cristiani dell’Asia Minore e della Mesopotamia settentrionale, contro gli armeni, gli assiri e i greci. Ora, ancora una volta con profondo rispetto ci inchiniamo dinanzi alla memoria delle vittime armene, assiro-siriache e greche del genocidio. E noi, i discendenti dei perpetratori del genocidio, esprimiamo ancora il nostro senso di vergogna per non essere in grado di evitare la continuazione del genocidio attraverso la sua negazione e le successive ondate di distruzione per generazioni”. Purtroppo, l’aggressione turca contro i rimanenti armeni continua. Il 28 dicembre 2012, una donna armena di 85 anni, Maritsa Küçük, fu picchiata e accoltellata a morte nella sua casa del quartiere di Samatya, dove risiede una delle più grandi comunità armene di Istanbul.

Ayşe Günaysu ha raccontato che: “durante l’intervento della polizia e gli arresti avvenuti alla cerimonia di commemorazione in piazza Sultanahmet, la figlia di Maritsa Küçük, Baydzar Midilli, ha urlato: ‘Mia madre è una vittima del genocidio, eppure continuate a dire che non c’è alcun genocidio!!!’ Mentre i poliziotti si erano diretti versi di lei per arrestarla a causa della protesta, Eren Keskin, un avvocato che opera per la tutela dei diritti umani, li ha fermati dicendo loro che la madre della Midilli era stata uccisa perché armena. Un funzionario della polizia è poi intervenuto per evitare che gli agenti la arrestassero”.

Il 24 aprile 2011 – data del 96° anniversario del genocidio – Sevag Balıkçı, un armeno che stava espletando il servizio militare obbligatorio, fu colpito a morte da un nazionalista turco. Il suo assassino deve ancora essere assicurato alla giustizia. Durante la commemorazione del mese scorso, sette anni dopo la morte di Sevag, la famiglia e gli amici del giovane si sono recati sulla sua tomba a Istanbul per rendergli omaggio. Secondo la Günaysu, gli agenti di polizia hanno detto a coloro che si erano riuniti davanti al sepolcro del ragazzo che non era loro consentito pronunciare discorsi in cui menzionare la parola “genocidio”: “C’era un gran numero di poliziotti armati al cimitero. Mentre la gente pregava, la polizia era pronta a intervenire. Due attivisti hanno chiesto agli agenti di rispettare coloro che stavano pregando e piangendo. Per fortuna, la polizia li ha ascoltati e si è allontanata di pochi passi dalla tomba”.

Il genocidio cristiano perpetrato nella Turchia ottomana durò dieci anni – dal 1913 al 1923 – e colpì armeni, greci, assiri e altri cristiani. Provocò circa tre milioni di vittime. Sebbene sia trascorso un secolo, è ancora una ferita sanguinante per le vittime e i loro discendenti. Il quotidiano online Artı Gerçek ha di recente riportato la notizia che le ossa delle vittime sono ancora visibili in un lago nella Turchia orientale.

Civili armeni, scortati dai soldati ottomani, marciarono per le strade di Harput fino a una prigione nei pressi di Mezireh (l’odierna Elazig), nell’aprile 1915. (Fonte dell’immagine: Croce Rossa americana/Wikimedia Commons)

La gente del posto ha chiamato il lago “Gvalé Arminu” (il “lago armeno”) dopo il massacro di più di un migliaio di uomini, donne e bambini avvenuto 103 anni fa. Secondo l’articolo di Artı Gerçek, sopravvissero allo sterminio soltanto due bambini, nascosti dagli abitanti del villaggio. Persino le ossa che emergono in estate, quando il lago si prosciuga, non hanno indotto ad avviare alcuna inchiesta da parte del governo turco, il quale continua a negare il genocidio e tenta in modo aggressivo di mettere a tacere chi cerca di parlarne. Il 24 aprile, l’agenzia di stampa finanziata dal governo Anadolu Agency (AA) ha pubblicato un pezzo titolandolo: “La fonte di reddito delle lobby armene: L’industria del genocidio”, sostenendo che la diaspora armena e la Repubblica di Armenia fanno delle affermazioni false riguardo alla “menzogna del genocidio armeno” per fini economici.

Nello stesso giorno, l’AA ha pubblicato un altro articolo titolato “I turchi ricordano come sfuggirono all’oppressione armena”. Secondo il mito turco, furono di fatto gli armeni “traditori” a perseguitare i turchi; e i turchi agirono per legittima difesa per liberarsi degli armeni assassini. Un’affermazione corrente da parte dei turchi è: “Se lo meritarono”. Le menzogne e la propaganda di Stato, le quali ritengono le vittime responsabili del loro stesso annientamento, sono ciò che consente la continua persecuzione turca degli armeni rimasti nel paese, compresa la trasformazione delle loro chiese in moschee e la profanazione delle tombe e delle chiese armene da parte dei cacciatori di tesori.

Il governo turco deve smetterla.

Uzay Bulut, musulmana di nascita, è una giornalista turca e membro dello Haym Salomon Center. Attualmente vive a Washington D.C.

Precedente #NO_GUERRA #NO_NATO DIETRO LA PARATA DEL 2 GIUGNO. VIDEO Successivo #Syria Situazione operativa sui fronti siriani del 7-6-2018 – VIDEO