Spagna: Il persistente problema del jihad in Catalogna

La polizia della regione spagnola della Catalogna ha di recente arrestato 18 membri di una cellula jihadista che pianificava un attentato a Barcellona, ponendo nuovamente l’accento sul persistente problema dell’Islam radicale in Catalogna. Nella foto: Polizia e paramedici si occupano dei sopravvissuti a un attacco terroristico perpetrato a Barcellona da Younes Abouyaaqoub, il 17 agosto 2017. Abouyaaqoub uccise 15 persone, ferendone altre 130. (Foto di Nicolas Carvalho Ochoa/Getty Images)

Dal Gatestone Institute, riceviamo e pubblichiamo il seguente articolo di Soeren Kern, Pezzo originale in lingua inglese, Spain: Catalonia’s Continuing Jihad Problem, Traduzioni di Angelita La Spada, adattamenti a cura della Redazione.

  • La polizia ha detto che i jihadisti hanno compiuto almeno 369 rapine e furti nei dintorni di Barcellona. Oltre ai furti, i membri della cellula si sono finanziati attraverso il traffico di droga e la falsificazione di documenti.
  • “Non vi è dubbio che la regione autonoma della Catalogna è diventata una base operativa primaria per attività terroristiche. Le autorità spagnole dicono di temere la minaccia proveniente da queste comunità atomizzate di immigrati inclini al radicalismo, ma di avere pochissime informazioni su di esse o di avere una capacità molto limitata di penetrazione in questi gruppi.” – Dispaccio diplomatico americano del 2 ottobre 2007.
  • “I centri religiosi salafiti scoperti in Catalogna sono contrari a qualsiasi interpretazione del Corano che non sia la più rigorosa (…) e allo stesso tempo chiedono una ‘purificazione’ dei credenti musulmani dalle influenze straniere. (…) Questa interferenza religiosa si traduce nel (…) divieto, soprattutto per le adolescenti, di frequentare scuole con classi miste. Questo presuppone una rottura profonda con i valori della libertà individuale che sono garantiti dalle leggi europee.” – Rapporto di intelligence trapelato al quotidiano catalano La Vanguardia.

La polizia della regione nord-orientale spagnola della Catalogna ha arrestato 18 membri della cellula jihadista che pianificava un attacco a Barcellona – 15 dei quali sono poi stati rilasciati. L’arresto ha posto nuovamente l’accento sul problema persistente dell’Islam radicale in Catalogna, dove risiede una delle più grandi comunità musulmane d’Europa.

La cellula – composta da persone provenienti da Algeria, Egitto, Iraq, Libia e Marocco – è stata smantellata il 15 gennaio, quando più di un centinaio di agenti di polizia hanno fatto irruzione in cinque edifici a Barcellona e nella città catalana di Igualada. Gli arresti sono avvenuti nell’ambito di un’indagine antiterrorismo durata un anno e denominata in codice “operazione Alejandría”, lanciata nel maggio del 2017 dopo che la polizia aveva ricevuto una soffiata che i jihadisti stavano preparando un attacco.

La polizia catalana, i cosiddetti Mossos d’Esquadra, ha detto che la cellula era costituita da cinque capi, i quali erano impegnati in un “avanzato processo di radicalizzazione finalizzato a lanciare attacchi”. La cellula aderiva ai “principi dottrinali” dello Stato islamico e i componenti erano “forti fruitori” della propaganda jihadista. Il quotidiano El Mundo ha riportato che la cellula era divisa in due parti: dodici membri erano dediti alle rapine e ai furti, i cui proventi finanziavano il secondo gruppo, costituito dai cinque leader che erano impegnati a pianificare attentati.

La polizia ha detto che i jihadisti hanno compiuto almeno 369 rapine e furti nei dintorni di Barcellona. Oltre ai furti, i membri della cellula si sono finanziati attraverso il traffico di droga e la falsificazione di documenti. Secondo El Mundo, i membri della cellula erano dediti a rubare passaporti e altri documenti di identità ai turisti in visita a Barcellona, la seconda città più grande della Spagna e una delle mete turistiche più popolari d’Europa. I documenti rubati sono stati introdotti nelle reti del mercato delle identità contraffatte e poi utilizzati dai jihadisti per viaggiare in tutta Europa.

Il 18 gennaio, l’Audiencia Nacional (il Tribunale nazionale), un’alta corte specializzata in reati di terrorismo, ha rivelato che un cittadino spagnolo di origine libica soprannominato “Rabeh”, che stava scontando una pena nella prigione catalana di Brians I, per reati legati al terrorismo, era entrato in contatto con la cellula, con l’intenzione di compiere un attacco una volta uscito dal carcere.

Ma settantadue ore dopo il loro arresto, soltanto tre dei 18 jihadisti sono rimasti in prigione. I media catalani, citando fonti di polizia, hanno riportato che sebbene tutti i 18 membri della cellula fossero radicalizzati, i tredici membri dediti al furto e alla contraffazione dei documenti sono stati rilasciati senza nemmeno essere comparsi davanti al tribunale perché non era possibile provare oltre un ragionevole dubbio la loro intenzione di partecipare a un attentato. Presumibilmente sono tornati ai loro illeciti mezzi di sussistenza quali il borseggio, il traffico di droga e la contraffazione dei documenti di identità. Altri due sono stati rilasciati a condizione che promettessero di non lasciare la Spagna.

Barcellona è in allerta dall’agosto del 2017, quando il 22enne Younes Abouyaaqoub, un membro di una cellula jihadista di 11 persone con base in Catalogna, alla guida di un furgone fece strage di pedoni sulle Ramblas, la principale arteria turistica della città. Poche ore dopo, cinque membri della stessa cellula a bordo di un veicolo si lanciarono contro la folla nella vicina città costiera di Cambrils. In quell’attacco, una donna spagnola perse la vita e molte altre persone rimasero ferite.

Il 23 dicembre 2018, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha messo in guardia dal rischio di un attacco jihadista a Barcellona durante le festività natalizie e di Capodanno. L’allarme di sicurezza ha avvisato i cittadini americani di “prestare una maggiore cautela nelle zone in cui ci sono movimenti di veicoli compresi bus, nell’area delle Ramblas di Barcellona (…) Terroristi potrebbero compiere un attacco prendendo di mira località turistiche, trasporti o altri luoghi pubblici”.

La polizia catalana in seguito ha dichiarato che stava cercando un autista di autobus marocchino di 30 anni, di nome Brahim Lmidi, sospettato di pianificare un attentato a Barcellona e di “investire” i pedoni con un “bus o qualcosa di simile”. Lmidi, che è a piede libero, sarebbe legato a una moschea salafita a Vilanova i la Geltrú, una località balneare a sud di Barcellona.

  • Il 22 dicembre, un jihadista marocchino di 33 anni, identificato solo dalle iniziali del suo nome e cognome M.E.M., è stato arrestato a Mataró (Barcellona) perché sospettato di appartenere allo Stato islamico. Il detenuto aveva lasciato il Marocco nel maggio del 2014 per unirsi allo Stato islamico in Siria. La polizia ha detto che l’uomo era arrivato in Spagna nel giugno del 2018, dopo aver lasciato la Siria passando attraverso la Turchia, la Germania e l’Ucraina, fra gli altri paesi. M.E.M. ha circolato in Europa senza documenti, seguendo la pratica usuale di distruggere passaporti e carte di identità per evitare di essere identificato dalle forze di sicurezza. Viveva come senzatetto a Barcellona per evitare di essere scoperto.
  • Il 18 dicembre, Khalid Makran, un jihadista olandese di 29 anni, è stato arrestato in una stazione di servizio lungo l’autostrada A7 nei pressi di Tarragona, a sud di Barcellona. La polizia è stata allertata dopo che nelle vicinanze di Vilaseca Makran aveva ricoperto i muri della sua camera d’albergo con scritte di propaganda jihadista.
  • Il 20 agosto, Abdelouahab Taib, un algerino di 29 anni residente in Spagna, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco dalla polizia dopo che era entrato armato di coltello in un commissariato a Cornellà de Llobregat (Barcellona) urlando “Allahu Akbar!” (“Allah è il più Grande!”).
  • L’1 agosto, due jihadisti marocchini che vivevano a Mataró (Barcellona) sono stati arrestati perché sospettati di reclutare combattenti per lo Stato islamico. La polizia ha detto che uno degli uomini, Mostafa Bechri Boulben, 46 anni, utilizzava fino a 10 telefoni cellulari per comunicare con i combattenti in Iraq e in Siria.
  • L’8 giugno, la polizia spagnola ha chiesto l’espulsione di Mohamed Attaouil, presidente del Centro culturale islamico Imam Malik di Salt (Girona), perché la sua presenza in Spagna rappresentava un “rischio significativo e concreto per la sicurezza pubblica”. Attaouil era considerato “un caposaldo” della comunità musulmana catalana e il “leader del movimento salafita” nella regione.
  • L’11 maggio, Tarik Aazane e Rachid el Founti, due marocchini jihadisti residenti rispettivamente nelle città catalane di Roda de Ter e Torello, sono stati condannati a otto anni di prigione per il reato di indottrinamento terroristico. L’Audiencia Nacional (il Tribunale nazionale), si è espressa in merito all’accusa mossa ai due di aver diffuso più di 600 video, commenti e immagini pubblicati sui social network per promuovere lo Stato islamico. I due uomini avevano inoltre indottrinato due donne spagnole nel tentativo di integrarle nel movimento jihadista. Una delle donne ha dichiarato di essere “pronta a morire per Allah”. L’altra donna, una ex skinhead neonazista, “si è sottoposta a un processo di cambiamento estetico, indossando capi di abbigliamento tipici della cultura musulmana”. La polizia ha detto che la sua conversione “all’Islam è stata più facile a causa del sentimento anti-ebraico [da lei nutrito]“.
  • Il 10 aprile, dieci membri di una cellula jihadista dello Stato islamico sono stati condannati a pene detentive congiunte di quasi cento anni per un complotto finalizzato a far esplodere monumenti e a decapitare infedeli a Barcellona. La cellula, composta da cinque marocchini, da quattro spagnoli e da un brasiliano, era separata dal gruppo jihadista che uccise 16 persone a Barcellona e nei pressi di Cambrils, nell’agosto del 2017.
  • Questa cellula – chiamata “Fraternità islamica, gruppo di predicazione del jihad” – è stata creata in una moschea a Terrassa, una città situata a 30 km da Barcellona, con l’obiettivo di stabilire un califfato islamico mondiale.
  • I procuratori hanno dichiarato che “l’unico scopo della cellula era quello di realizzare e servire gli obiettivi dello Stato islamico e compiere in qualsiasi momento un attacco contro istituzioni come la polizia, le banche o gli interessi ebraici”.
  • I capi della cellula – Antonio Sáez Martínez (un convertito spagnolo all’Islam noto anche come “Ali il barbiere”) e Lahcen Zamzami e Rida Hazem, entrambi di nazionalità marocchina – credevano di raggiungere il paradiso, “attaccando istituzioni, entità, organizzazioni e simboli della cultura occidentale”.

La Catalogna indipendentista conta 7,5 milioni di abitanti, di cui circa 520mila musulmani, che rappresentano il 7 per cento della popolazione complessiva catalana. In confronto, la popolazione musulmana della Catalogna è più alta – come percentuale della popolazione totale – rispetto alla popolazione musulmana dell’Austria (6,9 per cento), della Gran Bretagna (6,3 per cento), della Germania (6,1 per cento), dell’Italia (4,8 per cento) e della Svizzera (6,1 per cento), stando alle stime del Pew Research Center.

Secondo le statistiche ufficiali catalane, in alcune municipalità catalane – come Castelló d’Empúries (48 per cento), Salt (40,5 per cento) e Sant Pere Pescador (39 per cento) – gli immigrati per lo più provenienti dal Marocco costituiscono quasi la metà della popolazione. Un dispaccio diplomatico americano di cinque pagine, datato 2 ottobre 2007, descriveva il legame esistente tra l’immigrazione di massa in Catalogna e l’avanzata dell’Islam radicale nella regione, con queste parole: “Una forte immigrazione – sia legale sia illegale – dal Nord Africa (Marocco, Tunisia e Algeria) e dal Sudest asiatico (Pakistan e Bangladesh) ha fatto della Catalogna un polo di attrazione per i reclutatori di terroristi. (…) La polizia nazionale spagnola stima che più di 60mila pakistani potrebbero vivere a Barcellona e nell’area circostante; la maggior parte di loro sono uomini, celibi e privi di documenti di identità.

Ci sono ancor più immigrati dal Nord Africa. (…) Vivono ai margini della società spagnola, non parlano la lingua, sono spesso disoccupati e hanno pochissimi posti dove praticare la loro religione con dignità. (…) Singolarmente, queste circostanze fornirebbero un terreno fertile per il reclutamento di terroristi; prese tutte insieme, la minaccia è chiara… .

“Non vi è dubbio che la regione autonoma della Catalogna è diventata una base operativa primaria per attività terroristiche. Le autorità spagnole dicono di temere la minaccia proveniente da queste comunità atomizzate di immigrati inclini al radicalismo, ma di avere pochissime informazioni su di esse o di avere una capacità molto limitata di penetrazione in questi gruppi.”

Nel suo libro, Gihadisme: L’amenaça de l’islamisme radical a Catalunya, l’analista del terrorismo catalano Jofre Montoto ha stimato che almeno il 10 per cento dei musulmani in Catalogna sono “irriducibili sostenitori della dottrina del jihadismo”.

Molti dei problemi che la Catalogna ha con l’Islam radicale sono autoinflitti. Nel tentativo di promuovere il nazionalismo catalano e la lingua catalana, i partiti indipendentisti promuovono da decenni l’immigrazione dai paesi musulmani arabofoni, nella convinzione che questi immigrati (diversamente da quelli provenienti dall’America Latina) parleranno la lingua catalana anziché lo spagnolo.

Un rapporto di intelligence trapelato al quotidiano catalano La Vanguardia ha rivelato che metà delle 98 moschee salafite in Spagna si trova in Catalogna. Il report ha inoltre mostrato che le municipalità catalane di Reus e Torredembarra (Tarragona), Vilanova i la Geltrú (Barcelona) e Salt (Girona) sono centri del salafismo, un’ideologia fondamentalista che chiede apertamente di rimpiazzare la democrazia occidentale con un governo islamico basato sulla legge della Sharia. Il rapporto afferma: “La dottrina salafita invoca un ritorno alle origini dell’Islam con ripetuti messaggi che potrebbero essere considerati fortemente contrari a una integrazione culturale armoniosa nel rispetto della parità di diritti tra uomini e donne… .

“I centri religiosi salafiti scoperti in Catalogna sono contrari a qualsiasi interpretazione del Corano che non sia la più rigorosa (…) e allo stesso tempo chiedono una ‘purificazione’ dei credenti musulmani dalle influenze straniere.

“Questa interferenza religiosa si traduce nell’obbligo per le donne di vestirsi in modo più castigato e nel divieto, soprattutto per le adolescenti, di frequentare scuole con classi miste. Questo presuppone una rottura profonda con i valori della libertà individuale che sono garantiti dalle leggi europee. Per gli uomini, come per le donne, l’ideologia salafita potrebbe influenzare una radicalizzazione e, alla fine, diventare un problema di convivenza”.

Pierre Conesa, un ex alto funzionario del ministero della Difesa francese e autore di una mezza dozzina di libri sull’Islam radicale, ha asserito che la Catalogna e il salafismo sono ormai inseparabili: “La Barcellona è una città che ha a da sempre accolto una qualche forma di radicalizzazione. Per un certo periodo, la città ha caldeggiato i Fratelli Musulmani, poi il Tablighi Jamaat [un movimento missionario islamico sunnita che propende per un’interpretazione rigorosa e letterale dell’Islam] e adesso i salafiti.

“C’è una sorta di immersione radicale in Catalogna. Se Londra è da tempo la culla del Londonistan, Barcellona è una città salafita, dove un nucleo di radicalizzazione salafita si è formato nel corso del tempo ad immagine di Molenbeek in Belgio o di Trappes in Francia”.
                              Soeren Kern è senior fellow al Gatestone Institute di New York.

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