Dov’è finito il 50% dell’oro delle banche centrali occidentali?

Dov’è finito il 50% dell’oro delle banche centrali occidentali?

Chi ci segue, sa che raramente affrontiamo argomenti di economia, perché siamo Inesperti della materia e generalmente preferiamo documentarci tramite Scenari Economici. Se questa volta affrontiamo un problema economico, lo facciamo grazie all’economista svizzero Egon von Greyerz, che ha rivelato alcuni dati preoccupanti. La prima volta che qualcuno sollevò il problema delle riserve auree dei singoli stati scomparse, fu Discovery Channel in un documentario.
Resta il fatto che, sapere dov’è l’oro della Banca d’Italia, cioè se è ancora al suo posto, sembra argomento tabù, da parte nostra gradiremmo che una delegazione di Parlamentari della Repubblica andasse a controllare se la nostra riserva aurea è ancora al suo posto e soprattutto quantitativamente integra.
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Recentemente abbiamo ottenuto informazioni che gettano ombre sull’oro sovrano. Le banche centrali fanno riferimento alla Banca dei regolamenti internazionali, un’organizzazione internazionale registrata come società anonima per azioni, le cui azioni possono essere sottoscritte unicamente dalle banche centrali o da alcuni istituti finanziari. Attualmente l’organizzazione possiede quote azionarie di 60 banche centrali, fra cui la Banca centrale europea.
Ebbene, la Banca dei regolamenti internazionali sta censurando pesantemente le sue transazioni in oro mantenendole segrete e va sottolineato che nessuna banca centrale ha mai controllato la consistenza delle proprie riserve d’oro. L’ultima revisione avvenuta negli Stati Uniti, risale ai giorni di Eisenhower, nel 1950. Il senatore Ron Paul, recentemente ha portato avanti una campagna per controllare se l’oro USA fosse ancora al suo posto, ma s’è scontrato contro un muro di gomma.
Forse Donald Trump potrebbe chiedere una verifica, anzi ne sarebbe intenzionato, anzi, la campagna scatenata contro di lui da Obama e Soros, potrebbe essere stata montata per farlo desistere: come reagirebbe scoprendo che mancano quasi 8000 tonnellate di oro USA? Secondo noi manterrà il silenzio.

La Federal Reserve

Negli ultimi anni, Francia e Germania hanno esercitato forti pressioni per controllare che le proprie rispettive riserve depositate alla Federal Reserve fossero ancora integre, ma le loro richieste sono cadute nel vuoto. Del resto, quale paese vorrebbe apprendere che il proprio oro è scomparso? Meglio far finta che ci sia, e che almeno sulla carta l’oro si trovi ancora al suo posto e possa essere usato quale garanzia.
Prendiamo ad esempio il dollaro americano, sappiamo che il deficit commerciale USA è cronico da 41 anni, cioè il dollaro vale zero. Se il dollaro perdesse lo status di valuta di riserva, nulla potrebbe salvare gli USA dal fallimento nazionale. Per questo motivo per gli USA è essenziale trasformare i suoi dollari carta straccia in oro e argento se non vogliono fallire.

La carenza di oro e argento provoca una compressione dei prezzi

La stretta carenza di metalli preziosi combinata all’implosione degli scambi di valuta monetaria, porterà ad un ulteriore e notevole aumento dei prezzi nei prossimi anni. In questo momento, gli investitori possono ancora comprare concretamente oro e argento a prezzi che da qualche hanno sono misteriosamente aumentati, ma per il futuro dovremo attenderci una grave carenza di metalli preziosi.
L’oro e l’argento rappresentano un’assicurazione per proteggere la ricchezza dei singoli stati, contro i molteplici rischi della finanza globale. Lo stato che investe in oro deve immagazzinarlo in modo sicuro e non toccarlo, a prescindere delle oscillazioni di prezzo. Finora, tramite questo sistema, gli stati hanno conosciuto, sul lungo termine, una crescita esponenziale del valore dei propri depositi in metalli preziosi.
Man mano che aumenterà la diffidenza verso il sistema finanziario globale, aumenterà la richiesta degli stati di rientrare in possesso di gran parte dell’oro: nel senso materiale del termine.
È dunque essenziale per gli stati conservare il loro oro in una giurisdizione stabile, una di queste, per antonomasia è la Svizzera, non per niente la Confederazione Elvetica ha subito pesanti attacchi delle autorità USA che l’hanno costretta a rinunciare parzialmente al segreto bancario. Quando la Svizzera è emersa dalla Black List, parrebe aver trasferito l’oro conservato in Svizzera a Singapore.
Oggi, molti risparmiatori privati, sono preoccupati dal rischio di confisca parziale o totale dei propri risparmi tramite prelievi forzosi dai loro conti correnti. Davanti al rischio di confisca del proprio danaro, da parte degli stati nazionali, molti cittadini hanno pensato di ricorrere agli investimenti in preziosi. Inoltre, in previsione dei continui aumenti di tasse e IVA, la conversione del denaro in oro, diverrà una necessità per autodifendersi dagli stati istituzionali occidentali, cioè quelli che, come l’Italia, praticano la più bassa e abbietta macelleria sociale.
Purtroppo, di questa salvaguardia potranno avvalersi solo i ricchi, in quanto i redditi medio-bassi sono il naturale bacino di prelievo forzoso dei governi occidentali, sia di orientamento neo-lib che neo-con.

La conversione denaro-metalli preziosi da parte di persone abbienti che vogliono mettere al sicuro la propria ricchezza, aumenterà in modo significativo nei prossimi anni. Quindi i privati che potranno permetterselo, siano essi persone fisiche o aziende, si comporteranno come gli Stati nazione convertendo il denaro in oro: per i comuni mortali invece non ci sarà scampo.
Gli stati occidentali, sotto la pressione dei poteri finanziari, allontaneranno sempre più i cittadini dalle urne, ricorrendo sempre più a governi non eletti ma nominati, incaricati di fare bassa macelleria sociale. In Italia peraltro questo è già accaduto e prosegue tuttora. Per esempio, Goldman Sachs, giusto per fare un nome a caso, benedice un governo istituzionale, quando però il premier non fa il suo interesse, con una speculazione finanziaria mette in crisi la nostra fragile economia, ergo: o il governo cambia politica oppure si cambia governo.
Se poi i cittadini si azzardano a lamentarsi, basta che i lacchè istituzionalisti li accusi di “Populismo” sui media di regime, perché il popolo si annichilisca e rientri nel suo torpore.
Dunque, l’unico modo che i governi avranno a disposizione, sarà quello di censurare le notizie sulle riserve auree nazionali, continuare a tartassare i cittadini e reinvestire il denaro ricavato in preziosi.
Ecco perché i metalli preziosi sono entrati in una fase importante del mercato finanziario e contemporaneamente il valore delle valute è in flessione al ribasso. L’oro e l’argento diventano la cartina al tornasole dei grandi rischi di un’economia globalizzata dal sistema finanziario. Il deficit commerciale cronico degli Stati Uniti, se la superpotenza mondiale non agirà accumulando preziosi, porterà al crollo del dollaro, a meno che gli USA non facciano scoppiare quella Terza Guerra Mondiale tanto desiderata da Barack Obama e temporaneamente congelata da Donald Trump.

Il 50% di oro tedesco dov’è?

Prendiamo la Germania, oggi il 50% del suo oro, cioè 1.668 tonnellate, si trova all’estero. Questo oro è stato dapprima dato in prestito e poi venduto alla Cina, infine quelle 1668 tonnellate sono state rispedite virtualmente in Occidente e conferite alla Banca Centrale Europea. Dunque, non tutti gli euro attribuiti alla Germania hanno il controvalore coperto da oro fisico.
Parimenti, il 50% dell’oro della BCE, valutato in 12.000 tonnellate, probabilmente è stato venduto alla Cina. Questo fa si che la banconota da 5 euro che abbiamo in tasca, ha un valore che varia tra i 2,50 e i 0,00 €.

3000 tonnellate d’oro ogni anno vanno verso est

Se diamo uno sguardo agli acquisti di oro da parte dei paesi della cosiddetta Via della Seta (India, Turchia, Russia e Cina), scopriamo che, dal 2009, quei paesi ne hanno comprato circa 20.000 tonnellate, pari 3.000 tonnellate l’anno.
Si tratta di una quantità superiore all’estrazione e produzione annua d’oro di questi otto anni. Sembra dunque logico supporre che la BCE e altre Banche Centrali, stanno vendendo segretamente i lingotti dati loro in custodia dagli Stati nazionali.

La moderna Via delle Seta

Sono 4.500 le tonnellate d’oro raffinate annualmente, 3.000 tonnellate provengono dalla produzione mineraria e 1.500 tonnellate dal riciclaggio d’oro usato. Nel 2011, quando l’oro raggiunse il picco a 1.920 $ l’oncia, sembra che gli acquirenti non abbiano controllato se l’oro acquistato esistesse fisicamente, soprattutto se si giudica il successivo declino di quel prezzo. Nel corso degli ultimi sei anni, ogni anno sono state raffinate tra le 4.000 e le 4.500 tonnellate d’oro, questo oro è stato immediatamente assorbito dal mercato, dunque non è confluito nelle riserve d’oro nazionali.
Il calo dei prezzi, dopo il picco a 1.920 $ nel 2011, ha toccato i 1203.53 $ l’oncia, oggi 9 marzo 2017. Questo dato è economicamente insensato, perché la domanda d’oro non è calata, quindi il rialzo del 2011 doveva essere pilotato dal momento che la domanda d’oro era rimasta invariata.
Quello che la gente comune non sa, al contrario degli investitori, il prezzo dell’oro non è determinato da lingotti tangibili, bensì dalle transazioni in forma cartacea di quell’oro. Manipolare cali o aumenti dei prezzi su un mercato di carta è una speculazione che chi custodisce fisicamente l’oro, cioè le Banche Centrali, possono fare indisturbati.
Il giorno in cui, i possessori di Titoli basati sui Depositi aurei, si renderanno conto che in mano hanno carta e non oro, il prezzo dell’oro salirà alle stelle e qualcuno guadagnerà somme esorbitanti.
Fino ad allora, molti investitori continueranno a comprare oro su carta e quindi chi acquista quell’oro di carta per preservare la propria ricchezza, rischia di ritrovarsi in mano carta straccia in mano: attualmente ci sono 2.670 tonnellate di lingotti e 106.000.000.000 $ di titoli in oro.

Ci vogliono cinque anni per rimpatriare 647 tonnellate d’oro tedesco

Nel 2013, la Germania aveva annunciato un piano per rimpatriare 674 tonnellate d’oro depositato tra Stati Uniti e Francia. Il primo anno recuperò solo 37 tonnellate e le due nazioni depositarie dei lingotti ne avrebbero promesso la restituzione per il 2020.
Di 3381 tonnellate, finora solo 1.713 tonnellate sono tornate in Germania, mentre il 49% dell’oro tedesco parrebbe inesigibile, si tratta di 1236 tonnellate depositate a New York e 432 tonnellate a Londra. Come già spiegato all’inizio di questo articolo, questi depositi, non si limitano a custodire, ma, a quanto pare, utilizzano l’oro altrui. La Germania, per garantire la propria valuta, si vedrà costretta a comportarsi come se quell’oro esistesse ancora ed esibire un pezzo di carta che vada a certficare la quantità d’oro depositato nelle Banche Centrali Estere.

Perché servirebbero cinque anni per restituire 674 tonnellate d’oro? I funzionari Bundesbank hanno parlato di complicati esercizi logistici nel trasporto, assicurazione, sicurezza, etc., questa giustificazione sembra dettata dall’imbarazzo di chi sa già che non potrà rientrare in possesso del suo oro.
Perché affermiamo ciò, semplicemente perché una piccola e pacifica nazione come la Svizzera, movimenta senza problemi oltre 2000 tonnellate d’oro ogni anno, anche paesi come Inghilterra, Cina, India trasferiscono materialmente tonnellate di lingotti ogni anno, senza alcun problema logistico. Quindi, o i tedeschi hanno perso la loro proverbiale efficienza, o non hanno trovato le loro 674 tonnellate d’oro.

Senza girarci troppo attorno, quell’oro non è più disponibile perché è stato prestato o venduto dalle Banche Centrali. Allora, se non esistono più le 1668 tonnellate d’oro suddivise tra Stati Uniti, Francia e Regno Unito, alla Bundesbank conviene comportarsi come se fosse ancora in suo possesso e utilizzarlo per pagare il debito tossico tedesco, quindi lo pagheranno altri stati UE.

Le banche ipotecano più volte la stessa quantità d’oro

Se metà dell’oro tedesco fosse sparito veramente, viene comunque utilizzato per ottenere prestiti. Si deve presumere che quell’oro depositato a Londra, Parigi e New York, non è rimasto nei rispettivi depositi, ma è stato spostato da una banca all’altra e/o da una speculazione all’altra.
Se però gli acquirenti sono Cina, India e Russia, di oro su carta non ne vogliono sapere, quei paesi, saggiamente, vogliono ricevere lingotti veri, tangibili. A causa di ciò, quando una Banca Centrale accetta oro nel suo deposito da un’altra Banca Centrale, prima invia l’oro vero a Cina, India o Russia, che prendono in consegna l’oro fisico, poi sulla base del deposito certificato, si emette un titolo cambiale pari al valore dei lingotti stessi. Se però la Banca Centrale vuole recuperare il suo oro, questo non sarà disponibile in lingotti ma su carta, allora sulla base del titolo cambiale, chiede in prestito a un terzo soggetto, lingotti veri pari al valore della quantità richiesta, garantendolo con l’oro su carta. Quindi possiamo immaginare che le banche ipotecano più volte i lingotti, facendoli magicamente moltiplicare, ma solo sulla carta.
Ufficialmente, il totale mondiale delle riserve auree delle banche centrali, è pari a 33.000 tonnellate di lingotti. Le banche centrali occidentali e il Fondo Monetario Internazionale, detengono 23.000 tonnellate, ma nessuno sa dove sia e a quanto ammonti l’oro dichiarato da queste istituzioni occidentali.

L’argomento che stiamo affrontando, ricco di spiegazioni, è basato sulle dichiarazioni dell’economista svizzero Egon von Greyerz, è difficilissimo per noi profani. Non è escluso che queste dichiarazioni dell’economista svizzero, nascano da amor di patria, volendo alludere velatamente che i lingotti depositati in Svizzera sono più garantiti. Tuttavia ci ispira a chiederci: Dov’è l’oro della Banca d’Italia?

In base alle dichiarazioni della Banca d’Italia fornite nel 2014, l’oro italiano è custodito in quattro luoghi diversi, tre dei quali fuori dal territorio nazionale. La riserva aurea della Banca d’Italia, per consistenza, è la terza al mondo dopo quelle di Stati Uniti e Germania. L’Italia può vantare il possesso 2451.8 tonnellate d’oro, pari a un valore di oltre 70 miliardi di euro. Bankitalia ha dichiarato che circa 1200 tonnellate cioè la metà, sono custodite a Roma e che buona parte dei nostri lingotti sono depositati alla Federal Reserve di New York, quantitativi inferiori, imprecisati, si troverebbero alla Banca d’Inghilterra e alla Banca Nazionale Svizzera. Il nostro oro, nel corso degli ultimi decenni è stata utilizzato per transazioni finanziarie, come garanzia su prestiti e per il suo contributo al Fondo Europeo di Cooperazione Monetaria e alla Banca Centrale Europea, tuttavia, facendo ricerche on-line, non abbiamo trovato l’esatto ammontare degli importi impiegati.

Alla luce dell’intero articolo, metà dei lingotti è a Roma, il resto depositato in Banche Centrali, la domanda resta: L’oro della Banca d’Italia è ancora al suo posto e soprattutto integro?

Luciano Bonazzi

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