Palestinesi: Jibril Rajoub e “la comunità del Buon Natale”

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Dal Gatestone Institute, oggi 23 settembre 2016 riceviamo e pubblichiamo il seguente articolo scritto da Khaled Abu Toameh, Pezzo in lingua inglese, Palestinians: Jibril Rajoub and the “Merry Christmas Group”
Traduzioni di Angelita La Spada, adattamenti a cura della redazione.

Palestinesi: Jibril Rajoub e “la comunità del Buon Natale”

In una recente intervista a un’emittente televisiva egiziana, Jibril Rajoub, presidente della federcalcio palestinese e alto funzionario di Fatah e dell’Autorità palestinese (Ap) in Cisgiordania, ha espresso dei commenti offensivi.

Molti cristiani palestinesi hanno detto che le parole sprezzanti di Rajoub inasprirebbero ulteriormente le tensioni esistenti tra loro e i musulmani. Essi hanno rilevato che gli alti dirigenti dell’Ap hanno loro precluso la possibilità di essere parte integrante del popolo palestinese.

Secondo i cristiani, i commenti offensivi di Rajoub rientrano nell’ambito delle diffuse persecuzioni dei cristiani nei paesi arabi e islamici. Persecuzioni che in questi ultimi anni sono costate la vita a migliaia di cristiani e hanno costretto molti di loro a fuggire negli Stati Uniti, in Canada, Australia e in Europa.

In una lettera aperta indirizzata a Rajoub, che in passato era alla guida della celebre Forza di sicurezza preventiva dell’Autorità palestinese ed è stato 17 anni in un carcere israeliano perché accusato di avere legami con il terrorismo, il pastore di Betlemme Danny Awad ha scritto: “Siamo qui da più di 2000 anni. (…) Non siamo stranieri né ospiti e nemmeno alieni che parlano una lingua straniera”.

È probabile che questo disprezzo dei cristiani palestinesi li incoraggerà ad abbandonare le zone sottoposte al controllo dell’Ap, finanziate dagli occidentali. Commenti del genere sono particolarmente spiacevoli dal momento che i cristiani in Siria, Iraq e in Egitto devono far fronte a una campagna di terrorismo e intimidazione da parte degli estremisti musulmani.
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Un alto funzionario palestinese ha fatto infuriare i cristiani palestinesi definendoli come la “comunità del Buon Natale” e accusandoli di sostenere il movimento islamista Hamas. In una recente intervista a un’emittente televisiva egiziana, Jibril Rajoub, presidente della federcalcio palestinese e alto funzionario di Fatah e dell’Autorità palestinese (Ap) in Cisgiordania, ha espresso dei commenti offensivi.
Riferendosi alle elezioni locali palestinesi, previste per il prossimo 8 ottobre ma che sono state sospese a causa della lotta di potere tra Fatah e Hamas, Rajoub ha detto nell’intervista: “Anche se alcuni dei nostri fratelli, che fanno parte della ‘comunità del Buon Natale’, votarono per Hamas [alle elezioni legislative palestinesi del 2006], oggi, nessuno voterà per Hamas. Che gli ha dato Hamas? Hamas ha portato solo distruzione”.
L’intervista è stata poi trasmessa dalla televisione ufficiale palestinese dell’Ap – una mossa che è stata interpretata come un’approvazione dell’attacco ai cristiani palestinesi. I critici ritengono che la tv palestinese avrebbe dovuto almeno rimuovere le sequenze in cui Rajoub lancia insulti e accuse contro i cristiani.
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Jibril Rajoub, l’alto funzionario di Fatah, durante la sua intervista alla televisione egiziana, in cui ha offeso i cristiani palestinesi dicendo: “Anche alcuni dei nostri fratelli, che fanno parte della ‘comunità del Buon Natale’, votarono per Hamas”.

Sebbene l’esponente di Fatah si sia scusato di malavoglia per aver offeso la minoranza cristiana palestinese, i suoi commenti continuano a suscitare la ferma condanna dei cristiani e anche di qualche musulmano.
Questa è la prima volta che un alto rappresentante della leadership dell’Autorità palestinese si esprime contro la comunità cristiana. Molti cristiani hanno detto che i commenti sprezzanti di Rajoub inasprirebbero ulteriormente le tensioni esistenti tra loro e i musulmani. Essi hanno rilevato che gli alti dirigenti dell’Ap hanno loro precluso la possibilità di essere parte integrante del popolo palestinese.
Commenti del genere riflettono l’atteggiamento arrogante e irrispettoso che parecchi membri della leadership dell’Ap tengono nei confronti dei cristiani palestinesi. Questo è in netto contrasto con la politica pubblica della dirigenza dell’Autorità palestinese, che mostra il massimo rispetto per i cristiani palestinesi e li considera cittadini uguali e partner del “progetto nazionale” palestinese. A giudicare dalle reazioni dei cristiani palestinesi, non si è trattato di un episodio per il quale essi sono disposti a porgere l’altra guancia.
In una lettera aperta indirizzata a Rajoub, che è stato 17 anni in un carcere israeliano perché accusato di avere legami con il terrorismo, il pastore di Betlemme Danny Awad ha scritto: “Noi siamo una parte inseparabile del popolo palestinese e qualcuno di noi è morto per difendere la causa palestinese. Non siamo un gruppo venuto da Marte. Siamo qui da più di 2000 anni. Non siamo un gruppo da denigrare. Non siamo stranieri né ospiti e nemmeno alieni che parlano una lingua straniera”.
Habib Efram, presidente della Lega siriaca, ha condannato i commenti di Rajoub contro i cristiani, definendoli “pregiudizievoli, strani e provocatori”. Riferendosi alla situazione dei cristiani del Medio Oriente, egli ha detto: “Non sappiamo più da dove riceviamo i colpi. Rifiutiamo e condanniamo i commenti espressi dal membro del Comitato centrale di Fatah, Jibril Rajoub, e richiediamo delle pubbliche scuse. Chiediamo anche alla leadership palestinese di intervenire per risolvere la situazione”.
In una precedente dichiarazione, Efram aveva chiosato: “I cristiani sono l’anello più debole della regione – al punto che la presenza cristiana nelle città e nei villaggi in Iraq e Siria rischia l’estinzione. Se l’Isis crollerà, chi ci assicura che non emergerà un altro Stato islamico che minaccerà i cristiani? Dobbiamo resistere con ogni mezzo disponibile. I cristiani devono rimanere in Medio Oriente. Dobbiamo cambiare metodo e avere un programma politico”.
Queste osservazioni indicano che i cristiani in generale e chi vive nei Territori palestinesi in particolare ritengono che i commenti offensivi di Rajoub rientrino nell’ambito delle diffuse persecuzioni dei cristiani nei paesi arabi e islamici. Persecuzioni che in questi ultimi anni sono costate la vita a migliaia di cristiani e hanno costretto molti di loro a fuggire negli Stati Uniti, in Canada, Australia e in Europa.
Secondo l’arcivescovo Teodosio (Hanna Atallah) del Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme, la dichiarazione di Rajoub ha danneggiato non solo i cristiani ma anche tutti i palestinesi. “Commenti del genere sono in contrasto con la nostra cultura nazionale”, egli ha aggiunto.
“I palestinesi cristiani non sono un gruppo. In effetti, apparteniamo alla prima Chiesa cristiana nata in Palestina e siamo orgogliosi di essere cristiani. Non siamo una merce importata dall’Occidente. La presenza cristiana in Palestina ha una storia gloriosa e antica. Cristiani e musulmani sono fieri di questa storia. Queste affermazioni offensive non faranno che rafforzare la nostra determinazione a non rinunciare alla nostra presenza nazionale, al nostro messaggio, alla nostra identità e al nostro legame con la questa terra santa. Queste affermazioni non rappresentano il nostro popolo né la nostra eredità nazionale”.
Le frasi incendiarie di Rajoub sono state pronunciate nel clou della campagna per le elezioni amministrative e avrebbero danneggiato Fatah alle urne. Affermare che i cristiani avevano votato per Hamas nelle elezioni del 2006 non è mai stato verificato. Ma se la Corte Suprema palestinese non avesse sospeso le elezioni locali, i contrariati cristiani di Betlemme e di altre città palestinesi avrebbero votato per chiunque tranne che per Fatah. Queste calunnie lanciate da un alto esponente dell’Autorità palestinese molto vicino al presidente dell’Ap Mahmoud Abbas sono state prese molto sul serio. È interessante notare che lo stesso Abbas non ha condannato le parole di Rajoub, un fatto che ha suscitato ulteriore indignazione in seno alla comunità cristiana palestinese.
Se Abbas è rimasto in silenzio in merito a questa polemica, altri dirigenti di Fatah si sono uniti a coloro che hanno richiesto le pubbliche scuse di Rajoub.
Ben consapevoli del danno che avrebbero causato a Fatah commenti del genere, i leader della fazione di Abbas a Betlemme, dove i cristiani nel corso degli anni sono diventati una minoranza, hanno preso in mano la situazione e presentato le loro scuse. “I cristiani hanno diritto a ricevere le scuse”, ha detto Mohamed al-Masri, segretario generale di Fatah a Betlemme. “A Betlemme noi siamo una sola famiglia e non c’è mai stato ‘un gruppo’ di persone fra noi. I cristiani sono sempre stati i proprietari della terra e partner di sangue, di unità, del processo decisionale”.
Con una mossa che potremmo definire paradossale, Hamas e la Jihad islamica palestinese si sono pronunciati contro le parole di Rajoub contro i cristiani. Questi gruppi non perdono mai l’occasione di attaccare Fatah e i suoi leader, e presentarli come traditori che agiscono contro gli interessi dei palestinesi. Pertanto, per questi due movimenti islamisti parlare di diritti dei cristiani è ridicolo. Nella Striscia di Gazza, sotto il loro controllo, in vent’anni il numero dei cristiani è sceso da 3500 a 1300.
Nei primi mesi di quest’anno, i cristiani palestinesi hanno subito un altro colpo quando Hamas ha distrutto le vestigia di un’antica chiesa bizantina che era stata di recente scoperta nella Striscia di Gaza. I resti della chiesa risalente a 1800 anni fa sono stati rinvenuti in Palestine Square, nel quartiere di Al-Daraj, a Gaza City, dove Hamas intende costruire un centro commerciale. I cristiani palestinesi hanno espresso lo loro delusione per il disinteresse mostrato da parte della comunità internazionale – anche dal Vaticano e dalle comunità cristiane di tutto il mondo – per questo episodio, inteso come un attacco al loro patrimonio e ai loro luoghi santi.
Allo stesso modo, l’attacco contro i cristiani palestinesi da parte di un alto rappresentante dell’Autorità palestinese non ha catturato l’attenzione della comunità internazionale. perché deve essere ammissibile che un dirigente palestinese ridicolizzi i cristiani palestinesi e li accusi di sostenere Hamas. Se i commenti fossero stati espressi da un dirigente israeliano, la copertura mediatica sarebbe stata un po’ diversa.
Le parole incendiarie di Rajoub sono coincise con un monito sulla debole presenza dei cristiani in Medio Oriente, lanciato da Hanna Issa, segretario generale della Commissione islamico-cristiana per il sostegno a Gerusalemme e ai luoghi santi.
“Ciò che sta accadendo nella regione, ossia la riduzione del numero di cristiani, è una catastrofe non solo per i cristiani ma anche per i musulmani”, egli ha avvertito. “Questo porterà alla disintegrazione della società che non potrà disporre della diversità e delle competenze scientifiche, economiche e culturali a causa della partenza dei cristiani.” Dopo aver notato che i cristiani sono circa il 20 per cento della popolazione palestinese nel mondo e sono meno dell’1 per cento dei palestinesi che vivono in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza, Issa ha concluso: “È nell’interesse dei musulmani nel mondo in generale e in Medio Oriente in particolare preservare la presenza cristiana nel mondo arabo e proteggerla con tutte le loro forze. L’emigrazione cristiana dal Medio Oriente impoverirà la cultura e l’identità araba”.
È probabile che il disprezzo espresso da Rajoub nei confronti dei cristiani palestinesi incoraggerà i cristiani ad abbandonare le zone sottoposte al controllo dell’Ap, finanziate dagli occidentali. Commenti del genere sono particolarmente spiacevoli dal momento che i cristiani in Siria, Iraq e in Egitto devono far fronte a una campagna di terrorismo e intimidazione da parte degli estremisti musulmani. A meno che gli occidentali che finanziano l’Autorità palestinese non denuncino con forza gli insulti lanciati contro i cristiani palestinesi, i cristiani di Betlemme, a prescindere dalle elezioni locali, potrebbero decidere di manifestare il loro dissenso emigrando.
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Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme.

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