L’ITALIA «ANCORATA» AGLI USA / BREVE STORIA DELLA NATO (PARTE 6)




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Dal Comitato promotore della campagna #NOGUERRA #NONATO, riceviamo e pubblichiamo il seguente articolo, alcune immagini vengono inserite (talvolta) a cura della Redazione

L’ITALIA «ANCORATA» AGLI USA / BREVE STORIA DELLA NATO (PARTE 6)

26 APR 2017 — LE CATENE DI «ANCORAGGIO» AGLI USA

Giornali e telegiornali hanno dato scarso rilievo all’incontro Trump-Gentiloni. Eppure è stato un evento tutt’altro che formale.

Per Gentiloni si trattava di fugare le ombre sull’atteggiamento del suo governo verso il nuovo presidente Usa, lasciate dall’aperto sostegno del governo Renzi (in cui Gentiloni era ministro degli esteri) a Obama e alla Clinton contro Trump nelle elezioni presidenziali.
Gentiloni c’è riuscito benissimo ribadendo, indipendentemente da chi sieda alla Casa Bianca, l’«ancoraggio storico» dell’Italia agli Stati uniti, «pilastro della nostra politica estera».
Il presidente Trump ha reso merito all’Italia, ricordando che «oltre 30 mila militari americani e loro familiari sono stazionati attraverso tutto il vostro paese» e che l’Italia, dopo gli Usa, «è il secondo maggiore contributore di truppe nei conflitti in Iraq e Afghanistan».
Il contributo italiano è in realtà maggiore di quello riconosciuto da Trump. Lo dimostra la crescente quantità di armi inviate in Medioriente dalle basi Usa/Nato in Italia, ufficialmente per la guerra al terrorismo.
Tali spedizioni sono rintracciabili seguendo il percorso di determinate navi: ad esempio il cargo «Excellent» (battente bandiera maltese, ma con equipaggio italiano), noleggiato dal ministero della Difesa, è partito il 19 aprile da Piombino dopo aver imbarcato un grosso quantitativo di blindati Lince e armi; ha fatto scalo due giorni dopo ad Augusta, punto strategico per rifornimenti di combustibile e munizionamento, dirigendosi quindi attraverso il Canale di Suez al porto di Gedda in Arabia Saudita.
Qui era già arrivata il 9 aprile la nave Usa «Liberty Passion» proveniente da Livorno, aprendo un regolare servizio mensile per il trasporto di armi dalla base Usa di Camp Darby al Medioriente per le guerre in Siria, Iraq e Yemen.
Nella conferenza stampa con Trump, Gentiloni ha detto che «l’Italia non è coinvolta nelle operazioni militari in Siria salvo che per aspetti marginali». Che il ruolo dell’Italia sia tutt’altro che marginale, lo dimostra l’attacco missilistico ordinato dal presidente Trump contro la base siriana di Shayrat: l’operazione bellica è stata effettuata da due navi della Sesta Flotta con base a Gaeta, sotto il Comando delle forze navali Usa in Europa con quartier generale a Napoli-Capodichino, ed è stata appoggiata dalle basi Usa di Sigonella e Niscemi in Sicilia, affiancate da quella di Augusta.
Trump ha inoltre ringraziato Gentiloni per «la leadership italiana nella stabilizzazione della Libia» dove, ha precisato, gli Usa non hanno intenzione di intervenire essendo impegnati su troppi fronti. In altre parole ha confermato che l’Italia ha l’incarico, nell’Alleanza sotto comando Usa, di mettere piede nelle sabbie mobili libiche provocate dalla guerra Nato del 2011.
Gentiloni si è detto «fiero del contributo che diamo noi italiani alla sicurezza dell’Alleanza in tante aree del mondo». Compresa la regione baltica dove l’Italia invia forze militari in funzione anti-Russia, pur ritenendo «utile il dialogo perfino con la Russia, senza rinunciare alla nostra forza e ai nostri valori».
Gentiloni si è detto anche «fiero del contributo finanziario dell’Italia alla sicurezza dell’Alleanza», garantendo che, «nonostante certi limiti di bilancio, l’Italia rispetterà l’impegno assunto», ricordatogli insistentemente da Trump: portare la spesa militare al 2% del pil, ossia dai 63 milioni di euro al giorno dichiarati dalla Pinotti (più altre spese militari extra budget della Difesa) a 100 milioni di euro al giorno. «Noi italiani manteniamo sempre gli impegni presi», ha detto Gentiloni a Trump con una punta di orgoglio nazionale.

Manlio Dinucci sul manifesto del 25 aprile 2017)

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BREVE STORIA DELLA NATO DAL 1991 AD OGGI (PARTE 6)

LA GUERRA USA/NATO IN IRAQ

Il piano statunitense di attaccare e occupare l’Iraq appare evidente quando, dopo l’occupazione dell’Afghanistan nel novembre 2001, il presidente Bush mette l’Iraq, nel 2002, al primo posto tra i paesi facenti parte dell’«asse del male».
Dopo la prima guerra del Golfo nel 1991, l’Iraq è stato sottoposto ad un ferreo embargo che ha provocato in dieci anni circa un milione di morti, di cui circa mezzo milione tra i bambini. Una strage provocata, oltre che dalla denutrizione cronica e la mancanza di medicinali, dalla carenza di acqua potabile e dalle conseguenti malattie infettive e parassitarie. Gli Stati Uniti – dimostrano documenti venuti alla luce successivamente – hanno attuato un preciso piano: prima bombardare gli impianti di depurazione e gli acquedotti per provocare una crisi idrica, quindi impedire con l’embargo che l’Iraq possa importare i sistemi di depurazione. Le conseguenze sanitarie erano chiaramente previste sin dall’inizio e programmate in modo da accelerare il collasso dell’Iraq. Altre vittime vengono provocate, negli anni successivi alla prima guerra, dai proiettili a uranio impoverito, massicciamente usati dalle forze statunitensi e alleate sia nei bombardamenti aerei che in quelli terrestri.
La seconda guerra contro l’Iraq si rivela però più difficile a motivare di quella effettuata nel 1990-91. A differenza di allora, l’Iraq di Saddam Hussein non compie alcuna aggressione e si attiene alla Risoluzione 1441 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, permettendo agli ispettori Onu di entrare in tutti i siti per verificare l’eventuale esistenza di armi di distruzione di massa (che non vengono trovate). Diviene di conseguenza più difficile per gli Stati Uniti creare la motivazione «legale» per la guerra e, su questa base, ottenere un imprimatur internazionale analogo a quello del 1991.
L’amministrazione Bush è però decisa ad andare fino in fondo. Fabbrica una serie di «prove», che successivamente risulteranno false, sulla presunta esistenza di un grosso arsenale di armi chimiche e batteriologiche, che sarebbe in possesso dell’Iraq, e su una sua presunta capacità di costruire in breve tempo armi nucleari. E, poiché il Consiglio di sicurezza dell’Onu si rifiuta di autorizzare la guerra, l’amministrazione Bush semplicemente lo scavalca.
La guerra inizia il 20 marzo 2003 con il bombardamento aereo di Baghdad e altri centri da parte dell’aviazione statunitense e britannica e con l’attacco terrestre effettuato dai marines entrati in Iraq dal Kuwait. Il 9 aprile truppe Usa occupano Baghdad. L’operazione, denominata «Iraqi Freedom», viene presentata come «guerra preventiva» ed «esportazione della democrazia». Viene in tal modo attuato il principio enunciato dal Pentagono (Quadrennial Defense Review Report, 30 settembre 2001): «Le forze armate statunitensi devono mantenere la capacità, sotto la direzione del Presidente, di imporre la volontà degli Stati Uniti a qualsiasi avversario, inclusi stati ed entità non-statali, cambiare il regime di uno stato avversario od occupare un territorio straniero finché gli obiettivi strategici statunitensi non siano realizzati».
Ma, oltre alla «volontà degli Stati Uniti», c’è la volontà dei popoli di resistere. È ciò che avviene in Iraq, dove le forze di occupazione statunitensi e alleate – comprese quelle italiane impegnate nell’operazione «Antica Babilonia» – cui si uniscono i mercenari di compagnie private, incontrano una resistenza che non si aspettavano di trovare, nonostante la durissima repressione che provoca nella fase iniziale della guerra (solo per effetto delle azioni militari) decine di migliaia di morti tra la popolazione.
Poiché la resistenza irachena inceppa la macchina bellica statunitense e alleata, Washington ricorre all’antica ma sempre efficace politica del «divide et impera», facendo delle concessioni ad alcuni raggruppamenti sciiti e curdi così da isolare i sunniti. Nel caso che l’operazione non riesca, Washington ha pronto il piano di riserva: disgregare l’Iraq (come già fatto con la Federazione Jugoslava) in modo da poter controllare le zone petrolifere e altre aree di interesse strategico, attraverso accordi con gruppi di potere locali.
È a questo scopo che interviene ufficialmente la Nato, la quale ha fino a quel momento partecipato alla guerra di fatto con proprie strutture e forze. Nel 2004 viene istituita la «Missione Nato di addestramento», al fine dichiarato di «aiutare l’Iraq a creare efficienti forze armate». Dal 2004 al 2011 vengono addestrati, in 2000 corsi speciali tenuti in paesi dell’Alleanza, migliaia di militari e poliziotti iracheni che vengono anche dotati di armi donate dagli stessi paesi.

Contemporaneamente la Nato invia in Iraq istruttori e consiglieri, compresi quelli italiani, per «aiutare il paese a creare un proprio settore della sicurezza a guida democratica e durevole» e per «stabilire una partnership a lungo termine della Nato con l’Iraq».

Manlio Dinucci

(6 – CONTINUA)

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