La tradizione turca di uccidere i cristiani

01
Dal Gatestone Institute, oggi 22 agosto 2016 riceviamo e pubblichiamo il seguente articolo scritto da Robert Jones, Pezzo in lingua inglese, Turkey’s Tradition of Murdering Christians
Traduzioni di Angelita La Spada, adattamenti a cura della redazione.

La tradizione turca di uccidere i cristiani

Gli innumerevoli accordi turchi siglati con le organizzazioni occidentali non sembrano aver ridotto l’odio verso i cristiani in Turchia.

In Turchia, è la “gente comune” che uccide o aggredisce i cristiani, poi la magistratura o il sistema politico trova il modo di consentire ai perpetratori di farla franca con i crimini. I media internazionali non danno notizia della maggior parte di questi reati e la Turchia non se n’è mai ritenuta responsabile.

Se in qualsiasi parte del mondo i musulmani sono liberi di praticare la loro religione ed esprimere le proprie opinioni sulle altre fedi religiose, in Turchia e in altri paesi a maggioranza musulmana, i cristiani e gli altri non musulmani possono essere uccisi solo perché tentano di professare pacificamente la loro religione o esprimere apertamente le loro idee.

Il “multiculturalismo”, che è difeso a spada tratta da molti liberal in Occidente, avrebbe funzionato a meraviglia in luoghi multietnici e multireligiosi come l’Anatolia. Purtroppo però, l’ideologia islamica permette una sola cultura, una sola religione e un unico modo di pensare sotto il suo dominio: l’Islam. Paradossalmente, questo è il punto fondamentale che questi progressisti non vogliono capire.
……………………………………………………………………………………..
Il 26 luglio, nella cittadina di Saint-Étienne-du-Rouvray, nella Francia settentrionale, si è assistito a un orribile attacco islamista: due terroristi dello Stato islamico (Isis) hanno ucciso l’85enne prete Jacques Hamel nella sua chiesa durante la celebrazione della messa. Due suore e due fedeli sono stati presi in ostaggio.
I terroristi, che avevano giurato fedeltà all’Isis e al grido di “Allahu Akbar”, hanno sgozzato il sacerdote e ripreso in un video l’episodio sanguinoso, secondo una suora scampata all’attacco.
Sarà pure la prima volta che i paesi membri dell’Unione Europea hanno a che fare con attentati islamisti del genere, ma non è così per la Turchia. Da decenni, nel paese, tanti cristiani innocenti e indifesi vengono uccisi per mano di aggressori musulmani.
I cristiani in Turchia vengono ancora attaccati, uccisi o minacciati ogni giorno e gli aggressori in genere la fanno franca.
A Malatya, nel 2007, durante il massacro nella casa editrice Zirve che pubblicava copie della Bibbia, tre dipendenti cristiani furono aggrediti e sottoposti a gravi torture, poi gli vennero legati mani e piedi e furono sgozzati da cinque musulmani, il 18 aprile 2007.
Sono trascorsi nove anni, ma non c’è ancora giustizia per le famiglie dei tre uomini che furono trucidati in modo così atroce.
Innanzitutto, i cinque sospetti del massacro sono stati rilasciati dal carcere di massima sicurezza in cui erano rinchiusi, come stabilito da un tribunale turco, perché la loro detenzione aveva superato il limite di legge adottato di recente.
Il processo è ancora in corso. Secondo il pubblico ministero “non è stato un atto terroristico perché gli autori non avevano alcun legame gerarchico, il loro non è stato un atto continuo e i coltelli usati nel massacro non erano tecnicamente sufficienti a far sì che si potesse parlare di azione terroristica”.
Se la corte accettasse questo parere legale del pm, si potrebbe aprire la strada per l’assoluzione. Tuttavia, viste le numerose sentenze “misteriose” del sistema giudiziario turco per assolvere i criminali, questi assassini potrebbero essere assolti con una sentenza “a sorpresa” in qualsiasi momento.
Paradossalmente, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan a marzo ha detto che è necessario cambiare la definizione di terrorismo per includere chi sostiene tali atti, aggiungendo che potrebbero essere giornalisti, giuristi o attivisti. Non c’è alcuna differenza, egli ha chiosato “fra un terrorista che ha in mano una bomba e chi usa la sua posizione e la penna per servire gli obiettivi” dei terroristi.
In un paese in cui le autorità statali sono apertamente così “sensibili” riguardo al “terrorismo” e alla “gente che impugna armi”, perché gli assassini dei cristiani non sono in carcere e perché il pubblico ministero cerca di far passare le uccisioni di cristiani per “atti non terroristici”?
Purtroppo, i tre cristiani uccisi a Malatya non sono stati i primi né gli ultimi cristiani ad essere stati assassinati in Turchia.
Il 5 febbraio 2006, don Andrea Santoro, un prete cattolico di 61 anni, fu ucciso nella chiesa di Santa Maria, nella provincia di Trabzon. Gli spararono mentre era inginocchiato nella sua chiesa, assorto in preghiera. Testimoni dissero di aver sentito l’assassino 16enne gridare “Allahu Akbar” (“Allah è il più grande!”) durante l’omicidio.
In seguito, fu don Pierre François René Brunissen, un prete di 74 anni che era parroco a Samsun, a celebrare le funzioni religiose nella chiesa di don Santoro, che vantava appena una decina di membri. Poiché nessuno si offrì di sostituire il prete ucciso, don Pierre fu incaricato di recarsi ogni mese da Samsun a Trabzon per prendersi cura della piccola congregazione della città.
“Si è trattato di un terribile episodio”, ha dichiarato don Pierre. “È un peccato uccidere una persona. Dopo tutti questi fatti di sangue, temo per la mia vita qui.”
Nel luglio 2006, egli fu ferito a coltellate da un musulmano a Samsun. L’aggressore, 53 anni, disse di aver colpito il parroco per opporsi alle “sue attività missionarie”.[1]
Gli attacchi contro la cultura cristiana in Anatolia continuano in epoca moderna, anche dopo l’adesione della Turchia al Consiglio d’Europa nel 1949 e alla Nato nel 1952.
Gli innumerevoli accordi turchi siglati con le organizzazioni occidentali non sembrano aver ridotto l’odio verso i cristiani in Turchia. Nel marzo 2007, mentre la comunità cristiana di Mersin si preparava alla Pasqua, un giovane musulmano con un coltello da kebab entrò nella chiesa e aggredì i preti Roberto Ferrari e Henry Leylek.
Nella provincia di Mersin, situata nella parte meridionale della Turchia, si trovano il distretto di Tarso, città natale di San Paolo, e diverse chiese che risalgono agli inizi dell’era cristiana.
Non solo si sono indebolite le radici cristiane dell’Anatolia, ma anche i suoi legami con la civiltà occidentale. “L’aggressione contro il prete è un indicatore del fatto che Ankara non è pronta per l’Europa”, ha dichiarato al quotidiano italiano Corriere della Sera Walter Kasper, un cardinale cattolico e teologo. “C’è una certa dose di tolleranza ma non esiste una vera libertà. La Turchia deve cambiare molte cose. Questo cambiamento non riguarda le leggi. È necessario un cambiamento di mentalità. Ma non si può cambiare la mentalità in un solo giorno”.
Il vescovo Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, ha detto: “Non ci sentiamo al sicuro. Sono molto preoccupato. Il fanatismo si sta sviluppando in alcuni gruppi. Alcune persone vogliono avvelenare l’atmosfera e i preti cattolici sono presi di mira. I film antimissionari vengono trasmessi in televisione”.
Nel corso di una cerimonia commemorativa in onore di don Santoro, il vescovo Padovese disse: “Oggi, come quattro anni fa, ritorna sempre la stessa domanda. Perché? È lo stesso interrogativo che ci poniamo davanti a tante altre vittime innocenti dell’ingiustizia. Perché? Uccidendo don Andrea che cosa si è voluto annientare? La sola persona o anche quello che la persona rappresentava? Nel colpire don Andrea era il sacerdote cattolico che si voleva colpire. Il suo sacerdozio è stato perciò la causa del suo martirio.
“Il messaggio di Cristo sulla croce è chiaro. ‘Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno’. Se lo avessero saputo non lo avrebbero fatto. Non è mai giusto sopprimere una vita per affermare un’idea. Non è mai giusto ritenere che chi non la pensa come noi è nel torto e va annientato. Questo è fondamentalismo che distrugge la società perché distrugge la convivenza. Questo fondamentalismo, a qualsiasi religione o partito politico appartenga, potrà forse vincere qualche battaglia, ma è destinato a perdere la guerra. Questo è ciò che la storia ci insegna. Spero che questa città e questo paese si trasformeranno in un luogo dove le persone possano vivere come fratelli e sorelle e dove tutti gli uomini siano uniti nella ricerca del bene comune. Non abbiamo tutti lo stesso Allah?”

No. Purtroppo, non abbiamo tutti lo stesso Allah.

Solo quattro mesi dopo, nel giugno 2010, anche monsignor Padovese fu ucciso. Questa volta l’assassino era colui per quattro anno aveva fatto da autista al vescovo. L’uomo dapprima ha accoltellato il vescovo e poi lo ha sgozzato, al grido di “Allahu Akbar”.
Al processo, l’autista disse che il religioso era “Masih ad-Dajjal” (“il falso messia”), e per due volte in tribunale recitò a gran voce l’adhan (la chiamata islamica alla preghiera).
0--
Don Andrea Santoro (nella foto a sinistra), un prete cattolico di 61 anni, e il 63enne vescovo Luigi Padovese (nella foto a destra), vicario apostolico di Anatolia, sono due religiosi cristiani uccisi in Turchia negli ultimi anni.

Nel territorio in cui un tempo i cristiani prosperavano, anche la conversione al Cristianesimo ora crea seri problemi.
“I nuovi cristiani che provengono da famiglie musulmane sono spesso isolati e ostracizzati”, scrive Tony Carnes. “Turgay Ucal, un pastore di una chiesa indipendente di Istanbul, che si è convertito dall’Islam al Cristianesimo, ha detto: ‘Il Buddismo va bene, ma non il Cristianesimo. Ci sono stati dei casi”.
E questi casi riguardano i cristiani autoctoni dell’Anatolia che sono stati massacrati dai musulmani.[2]
La popolazione totale della Turchia ammonta a circa 80 milioni di abitanti; coloro che professano religioni non musulmane – per lo più cristiani ed ebrei – costituiscono lo 0,2 per cento. Tuttavia, il sentimento anticristiano è ancora prevalente in gran parte della società turca.[3]
Sembra esserci uno schema: gli omicidi dei cristiani sono commessi furtivamente in Turchia. Si tratta di “gente comune” che uccide o aggredisce i cristiani. poi la magistratura o il sistema politico trova il modo di consentire ai perpetratori di farla franca con i crimini. Purtroppo, i media internazionali non danno notizia della maggior parte di questi reati e la Turchia non se n’è mai ritenuta responsabile.
Tuttavia, la Turchia ha siglato nel 1995 un accordo di unione doganale con l’Unione Europea (UE) e nel 1999 ha acquisito lo status di candidato all’adesione all’UE. E i negoziati per l’adesione sono ancora in corso.
Come mai una nazione che ha ucciso o aggredito così tanti cristiani nel corso della storia, e che non si è affatto scusata per questi crimini, è considerata un candidato idoneo all’adesione all’Unione Europea? A causa della minaccia di inondare l’Europa di musulmani? La Turchia la inonderà in ogni caso. C’è anche un nome per questo: Hijrah diffondere l’Islam (jihad) con l’emigrazione. Esattamente come i musulmani hanno fatto all’interno della Turchia.
E che tipo di cultura e civiltà hanno costruito molti musulmani nella maggior parte delle terre che hanno conquistato? Quando si osserva la situazione attuale e storica dei paesi a maggioranza musulmana si vedono per lo più omicidi, aggressioni e odio: odio verso i non musulmani, odio verso le donne, odio per la libertà di pensiero e un odio assai profondo per ogni cosa che non è islamica. Molti musulmani che si sono trasferiti in Occidente hanno cercato di importare l’Islam politico anche nel mondo libero.
I regimi musulmani, tra cui la Turchia, non hanno raggiunto la democratizzazione civile che permette a tutti i loro cittadini – musulmani e non musulmani – di vivere in libertà e sicurezza.
Se in qualsiasi parte del mondo i musulmani sono liberi di praticare la loro religione ed esprimere le proprie opinioni sulle altre fedi religiose, in Turchia e in altri paesi a maggioranza musulmana, i cristiani e gli altri non musulmani possono essere uccisi solo perché tentano di professare pacificamente la loro religione o esprimere apertamente le loro idee.
Il “multiculturalismo”, che è difeso a spada tratta da molti liberal in Occidente, avrebbe funzionato a meraviglia in luoghi multietnici e multi-religiosi come l’Anatolia. Purtroppo però, l’ideologia islamica permette una sola cultura, una sola religione e un unico modo di pensare sotto il suo dominio: l’Islam. Paradossalmente, questo è il punto fondamentale che questi progressisti non vogliono capire.
Gran parte della storia dell’Islam mostra che la natura dell’ideologia islamica consiste nell’invadere o nell’infiltrarsi per poi dominare i non musulmani.
In linea di massima, i musulmani non hanno mai mostrato il minimo interesse nella convivenza pacifica con i non musulmani. Anche se la maggior parte dei musulmani non è jihadista, non prende nemmeno posizione contro gli attacchi jihadisti. Molti sembrano tranquillamente appoggiare i jihadisti. Il fatto che ci siano anche pacifici individui musulmani che rispettano le altre fedi non cambia questo tragico dato di fatto.
Questo è il motivo per cui i non musulmani in Occidente hanno tutto il diritto di temere di poter essere esposti allo stesso trattamento per mano dei musulmani. Sulla base dei fatti recenti, la paura dei non musulmani di subire attacchi islamici è razionale e giustificata.
Visto come vengono orrendamente trattati i non musulmani nei paesi a maggioranza musulmana, compresa la Turchia, chi potrebbe biasimarli se si preoccupano per la possibile islamizzazione delle proprie società libere?
Perché la Turchia, che sembra odiare i suoi cristiani, vuole ottenere in ogni modo l’esenzione dall’obbligo del visto per l’accesso all’Europa cristiana?

Robert Jones, un esperto di Turchia, vive e lavora nel Regno Unito.

I commenti sono chiusi.