La fortezza delle torture compiute sui palestinesi


Dal Gatestone Institute, oggi 20 febbraio 2017 riceviamo e pubblichiamo il seguente articolo scritto da Khaled Abu Toameh, Pezzo in lingua inglese, Palestinians’ Fort of Torture
Traduzioni di Angelita La Spada, adattamenti a cura della Redazione.

La fortezza delle torture compiute sui palestinesi

Poiché gli abusi non sono compiuti dagli israeliani, notizie del genere sono noiose per questi giornalisti.

Hamas è un movimento islamista estremista che ritiene di non essere tenuto a rispettare il diritto internazionale e le convenzioni internazionali sui diritti umani. In effetti, il concetto di diritti umani proprio non esiste sotto Hamas nella Striscia di Gaza dove le libertà pubbliche, tra cui la libertà di espressione e di stampa, sono inesistenti.

Secondo quanto riferito, nel 2013, due detenuti palestinesi vennero torturati a morte nella prigione centrale di Gerico.

Un’organizzazione per i diritti umani con sede a Londra ha segnalato 3.175 casi di violazioni dei diritti umani, tra cui detenzioni arbitrarie, avvenuti nel 2016 per mano delle forze di sicurezza dell’Autorità palestinese (Ap), in Cisgiordania. Tra le centinaia di detenuti ci sono studenti e docenti universitari, così come insegnanti di scuola. Sempre nel 2016, le forze di sicurezza dell’Ap hanno arrestato anche 27 giornalisti palestinesi.

Purtroppo per loro, non fanno lo sciopero della fame in un carcere israeliano, dove azioni del genere suscitano l’interesse immediato dei media mainstream.

Molti intendono raccontare le loro storie. Ma chi è disposto ad ascoltarli? Non i governi occidentali, non le organizzazioni per i diritti umani, non i giornalisti. La maggior parte di loro cerca il male unicamente in Israele.
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Mentre il presidente dell’Autorità palestinese (Ap) Mahmoud Abbas e i suoi amici erano occupati nelle ultime due settimane a mettere in guardia il presidente Trump circa il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, sono emerse nuove notizie riguardo le brutali condizioni e le violazioni dei diritti umani in un carcere palestinese della Cisgiordania.
Notizie che però sono state insabbiate, insieme agli abusi, a favore dell’attenzione accordata alla retorica diretta contro l’amministrazione Trump. Tutto ciò che è stato detto da Abbas e dagli alti dirigenti dell’Autorità palestinese riguardo il possibile spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme è balzato alle cronache dei principali quotidiani e delle reti televisive di tutto il mondo.
A un certo punto, sembrava che i media mainstream dell’Occidente fossero interessati a evidenziare e gonfiare queste dichiarazioni, nel tentativo di spingere Trump ad abbandonare l’idea di spostare l’ambasciata a Gerusalemme. I giornalisti occidentali si sono precipitati a fornire spunti a qualsiasi funzionario palestinese che fosse interessato a minacciare l’amministrazione Trump.
Ma minacciare come? Lanciando avvertimenti che il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme “distruggerebbe il processo di pace”, “metterebbe a repentaglio la sicurezza regionale e internazionale” e “farebbe precipitare l’intera regione nell’anarchia e nella violenza”. Alcuni funzionari palestinesi sono arrivati a dire che una mossa del genere verrebbe considerata un “attacco a tutti i palestinesi, gli arabi e i musulmani”. Hanno anche minacciato di “revocare” il riconoscimento palestinese del diritto di Israele ad esistere.

Purtroppo, però, mentre i funzionari palestinesi di tutto lo spettro politico hanno unito le forze per diffondere clamorose notizie nei media mainstream di tutto il mondo, le notizie sulle torture cui vengono sottoposti i detenuti palestinesi rinchiusi in una prigione dell’Ap non sono riuscite ad attirare l’interesse dei numerosi giornalisti che si occupano del conflitto israelo-palestinese.

Le torture che avvengono nelle carceri dell’Autorità palestinese e nei centri di detenzione non sono una novità.

Nel corso degli ultimi anni, i palestinesi si sono abituati a sentire storie terribili su quanto sta accadendo tra le mura di queste strutture. Eppure, poiché gli abusi non sono compiuti dagli israeliani, notizie del genere sono noiose per questi giornalisti.
Un palestinese che punta il dito contro Israele si assicura un orecchio comprensivo tra i giornalisti. Non è così per un palestinese che si lamenta delle torture perpetrate da coloro che conducono gli interrogatori o dagli agenti di sicurezza palestinesi. E peggio ancora, si accolgono le sue parole pensando: “Oh questi arabi, cosa ci si può aspettare da loro?”
Paradossalmente, sono i media di Hamas e dell’Autorità palestinese che pubblicano tali notizie. Le due parti segnalano regolarmente le violazioni dei diritti umani e le torture perpetrate nelle rispettive prigioni e nei centri di detenzione come parte di una campagna di calunnie che essi conducono l’uno contro l’altro da dieci anni.
I media affiliati a Hamas pullulano di notizie che documentano casi di tortura nelle strutture di detenzione dell’Ap, in Cisgiordania. Allo stesso modo, gli organi di informazione dell’Autorità palestinese sono sempre felici di sapere che ci sono palestinesi disposti a raccontare il calvario vissuto in un carcere di Hamas, nella Striscia di Gaza.
In sostanza, sia Hamas sia l’Ap, secondo le testimonianze e le segnalazioni, praticano la tortura nelle loro prigioni. Non gliene importa un accidente dei diritti dei detenuti e dei prigionieri ed entrambi si prendono gioco dei diritti umani internazionali. Ma poiché alle organizzazioni che si battono per i diritti umani, agli avvocati e ai parenti viene così spesso negato il permesso di visitare i prigionieri e i detenuti incarcerati da Hamas e dall’Autorità palestinese, non si possono ottenere informazioni di prima mano dai prigionieri stessi. Essi sono persone, che vengono torturate in prigione!
Tutto questo ha perfettamente senso, naturalmente: Hamas è un movimento islamista estremista che ritiene di non essere tenuto a rispettare il diritto internazionale e le convenzioni internazionali sui diritti umani. In effetti, il concetto di diritti umani proprio non esiste sotto Hamas, nella Striscia di Gaza, dove le libertà pubbliche, tra cui la libertà di espressione e di stampa, sono inesistenti.
E allora come spiega l’Autorità palestinese finanziata dall’Occidente, che da lungo tempo tenta di far parte di organismi internazionali come le Nazioni Unite, le sue sistematiche barbarie?
Da anni, l’Ap agisce come uno “Stato indipendente” che è riconosciuto da più di cento paesi. Come tali, i governi stranieri, soprattutto i contribuenti americani ed europei, hanno diritto o meglio l’obbligo di ritenere l’Autorità palestinese responsabile delle violazioni dei diritti umani e chiedere trasparenza e responsabilità. Questo diritto deriva dal fatto che l’Ap chiede di entrare a far parte della comunità internazionale ottenendo il riconoscimento di uno Stato palestinese. A meno che, ovviamente, la comunità internazionale non sia disposta ad accogliere un altro paese arabo che calpesta i diritti umani e pratica la tortura nelle sue prigioni.
La prova più evidente delle torture compiute in Cisgiordania è stata fornita da un documento postato su un sito web affiliato a Hamas. Il report mette in luce alcuni dei metodi di tortura utilizzati sotto l’Autorità palestinese da coloro che conducono gli interrogatori e offre informazioni precise sulle condizioni in cui versano i detenuti. Il rapporto si riferisce specificamente alla famigerata prigione centrale di Gerico, che è sottoposta al controllo di vari corpi di sicurezza dell’Ap.
Intitolato “La prigione di Gerico – Una Fortezza delle torture?”, il report descrive le condizioni all’interno del carcere, simili a quelle mostrate da quei film sensazionali che vengono trasmessi in tv per attirare l’attenzione degli spettatori.
Un palestinese che di recente è stato rilasciato dalla prigione centrale di Gerico avrebbe dichiarato che chiunque arriva nella struttura viene innanzitutto bendato, con le mani legate dietro la schiena, e poi picchiato a sangue da 5-10 agenti di sicurezza. L’uomo ha raccontato che una delle più comuni tecniche di tortura impiegate nel carcere dell’Ap viene chiamata posizione dello “shabah”, in cui un prigioniero viene appeso al soffitto per ore, con le mani ammanettate. Durante questo tempo, il detenuto viene picchiato su tutto il corpo, e se prova a muoversi o a cambiare posizione subisce un pestaggio più violento. A volte, lo “shabah” si svolge nei bagni del carcere.
Un’altra forma infame di tortura perpetrata nella prigione centrale di Gerico è la “falaka”, dove le vittime vengono picchiate sulle piante dei piedi con delle fruste. Un altro ex detenuto, che è stato identificato solo come Abu Majd, ha raccontato di essere stato sottoposto a sessioni di “falaka” che duravano diverse ore, percosso con tubi di plastica,. Talvolta, uno degli “interroganti” lo schiaffeggiava mentre veniva frustato sulle piante dei piedi.
Abu Majd ha anche detto di essere stato sottoposto a un altro famoso metodo di tortura, in cui gli veniva chiesto di “salire” su una scala inesistente su un muro. Poiché non esiste alcuna scala e il detenuto non può “salirci” sopra, viene punito con ripetute percosse.
Un altro ex detenuto ha raccontato di altri comuni metodi di tortura impiegati nel carcere di Gerico, come la privazione del sonno, le celle di isolamento ed essere chiusi in un piccolo armadio con l’aria condizionata a manetta. Oltre naturalmente alle violenze verbali e al costringere i detenuti a dormire sul pavimento senza materassi o coperte.
Secondo quanto riferito, nel 2013, due detenuti palestinesi vennero torturati a morte nella prigione centrale di Gerico, a cinque giorni di distanza l’uno dall’altro. I due furono identificati come Arafat Jaradat e Ayman Samarah.
All’inizio di questo mese, il padre di Ahmed Salhab, che di recente è stato rinchiuso dalle forze di sicurezza dell’Autorità palestinese nel carcere di Gerico, ha denunciato il fatto che la salute di suo figlio è stata seriamente danneggiata a causa delle torture subite. L’uomo ha detto che suo figlio soffre di dolori acuti dopo essere stato colpito alla testa dai suoi “interroganti”.
Stando alle notizie, nelle carceri palestinesi, i detenuti fanno lo sciopero della fame per protestare contro le loro condizioni di detenzione e le torture. Purtroppo per loro, non fanno lo sciopero della fame in un carcere israeliano, dove azioni del genere suscitano l’interesse immediato dei media mainstream.
Un’organizzazione per i diritti umani con sede a Londra ha segnalato 3.175 casi di violazioni dei diritti umani, tra cui detenzioni arbitrarie, avvenuti nel 2016 per mano delle forze di sicurezza dell’Autorità palestinese (Ap), in Cisgiordania. Secondo il rapporto, tra le centinaia di detenuti ci sono studenti e docenti universitari, così come insegnanti di scuola.

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Un poliziotto dell’Autorità palestinese attacca i manifestanti. (Fonte dell’immagine: Pagina Facebook di “Palestinian for Dignity”)

Il report ha rivelato che, sempre nel 2016, le forze di sicurezza dell’Ap hanno arrestato anche 27 giornalisti palestinesi.
I funzionari politici e le forze di sicurezza dell’Ap ritengono che questi report siano strumenti dell’attività di “propaganda” orchestrata da Hamas. Ma non occorre aspettare che Hamas racconti al mondo delle violazioni dei diritti umani e delle torture perpetrate dalle forze di sicurezza dell’Autorità palestinese. Tra le migliaia di palestinesi che sono stati rinchiusi nel corso degli ultimi due decenni nelle carceri e nei centri di detenzione sotto il controllo dell’Ap, molti intendono raccontare le loro storie. Ma chi è disposto ad ascoltarli?
Non i governi occidentali, non le organizzazioni per i diritti umani, non i giornalisti. La maggior parte di loro cerca il male unicamente in Israele. Eppure, una politica del genere favorisce la comparsa di un’altra dittatura araba in Medio Oriente. Per ora, gli abitanti di Gerico continueranno a sentire le urla dei detenuti torturati nella loro città. Il resto del mondo chiuderà gli occhi e le orecchie, e continuerà a far finta che tutto sia rose e fiori nel territorio governato da Abbas.

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Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme.

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