Gli errori storici commessi dagli arabi nei loro rapporti con Israele

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Dal Gatestone Institute, oggi 27 agosto 2016 riceviamo e pubblichiamo il seguente articolo scritto da Fred Maroun, Pezzo in lingua inglese, The Arabs’ Historic Mistakes in Their Interactions with Israel
Traduzioni di Angelita La Spada, adattamenti a cura della redazione.

Gli errori storici commessi dagli arabi nei loro rapporti con Israele

-Noi arabi abbiamo gestito malissimo le nostre relazioni con Israele, ma la cosa peggiore di tutte è l’attuale situazione dei palestinesi. Non accettare il piano di ripartizione delle Nazioni Unite del 1947 è stato il più grande errore che potessimo fare.

-Forse non si dovrebbero ingaggiare guerre se non si è disposti ad accettare l’idea di poterle perdere.

-Gli ebrei non tengono gli arabi nei campi, noi sì.

-La Giordania ha accolto e integrato alcuni profughi, ma non tutti. Avremmo potuto dimostrare che noi arabi siamo un grande e nobile popolo, invece abbiamo dimostrato al mondo, e continuiamo a farlo, che il nostro odio verso l’altro e verso gli ebrei supera ampiamente qualsiasi idea di presunta solidarietà araba.

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Questo è il primo di due articoli. Il secondo prenderà in esame quello che noi arabi possiamo fare di diverso oggi.
Considerata la situazione attuale dei rapporti fra il mondo arabo e Israele, ci troviamo di fronte a un misto di ostilità, pace tesa, cooperazione limitata, calma e violenza. Noi arabi abbiamo gestito malissimo le nostre relazioni con Israele, ma la cosa peggiore di tutte è l’attuale situazione dei palestinesi.

L’errore iniziale

Il nostro primo errore è durato secoli ed è stato commesso ben prima della dichiarazione d’indipendenza di Israele del maggio 1948. Esso è consistito nel non riconoscere gli ebrei come nostri pari.
Come documentato da un eminente studioso americano di storia ebraica nel mondo musulmano, Mark R. Cohen, durante quel periodo, “gli ebrei condividevano con altri non musulmani la condizione di dhimmi [non musulmani che devono pagare in denaro la protezione e osservare leggi degradanti per essere tollerati nelle zone controllate dai musulmani] (…) Non venivano costruiti nuovi edifici di culto e quelli vecchi non potevano essere riparati. Dovevano agire umilmente in presenza dei musulmani. Nelle loro pratiche liturgiche dovevano rendere onore alla preminenza dell’Islam. Dovevano anche differenziarsi dai musulmani, indossando un abbigliamento distinto e non esponendo pubblicamente i simboli religiosi. Altre restrizioni escludevano la possibilità che essi ricoprissero posizioni di autorità in seno al governo musulmano”.
L’1 marzo 1944, mentre i nazisti massacravano sei milioni di ebrei, e ben prima che Israele dichiarasse l’indipendenza, Haj Amin al-Husseini, il Gran Mufti di Gerusalemme, dichiarò a Radio Berlino: “Arabi, alzatevi come un solo uomo e combattete per i vostri sacrosanti diritti. Uccidete gli ebrei ovunque li troviate. Questo fa piacere a Dio, alla religione, alla storia. Questo salva il vostro onore, Dio è con voi”.
Se non avessimo fatto questo errore, avremmo potuto trarre vantaggi in due modi.
Gli ebrei probabilmente sarebbero rimasti in gran numero nel Medio Oriente musulmano e avrebbero fatto evolvere la civiltà mediorientale piuttosto che le civiltà dei luoghi in cui si spostarono, in particolare l’Europa e in seguito gli Stati Uniti.
In secondo luogo, se gli ebrei si fossero sentiti al sicuro e accettati in Medio Oriente fra gli arabi, forse non avrebbero sentito il bisogno di creare uno Stato indipendente, il che ci avrebbe evitato di commettere gli errori successivi.

L’errore peggiore

Il nostro secondo e peggiore errore è stato quello di non accettare il piano di ripartizione delle Nazioni Unite del 1947. La Risoluzione 181 delle Nazioni Unite pose la base giuridica per la creazione di due Stati, uno ebraico e l’altro arabo, nella Palestina mandataria britannica.
Come riportato dalla BBC, quella risoluzione prevedeva: “Uno Stato ebraico sul 56,47 per cento del territorio della Palestina mandataria (esclusa Gerusalemme) con una popolazione di 498.000 ebrei e 325.000 arabi; uno Stato arabo sul 43,53 per cento della Palestina mandataria (esclusa Gerusalemme), con 807.000 abitanti arabi e 10.000 abitanti ebrei. Un regime di amministrazione fiduciaria internazionale a Gerusalemme, dove la popolazione era composta da 100.000 ebrei e 105.000 arabi”.
Anche se il territorio assegnato allo Stato ebraico era un po’ più vasto di quello assegnato allo Stato arabo, gran parte era costituito dalle aree desertiche del Negev e dell’Arava, mentre la terra fertile era stata assegnata agli arabi. Il piano era anche a vantaggio degli arabi per altri due motivi:
Lo Stato ebraico aveva solo una risicata maggioranza di ebrei, che avrebbe dato agli arabi pressappoco la stessa influenza che gli ebrei avevano nel dirigere lo Stato ebraico, ma lo Stato arabo era quasi esclusivamente arabo, non offrendo alcun vantaggio politico agli ebrei presenti al suo interno.
Ogni Stato proposto constava di tre parti più o meno sconnesse, il che comportava una forte interdipendenza geografica fra i due Stati. Se i due Stati fossero stati in rapporti amichevoli, avrebbero lavorato in molti modi come una federazione unica. In quella federazione, gli arabi avrebbero avuto una forte maggioranza.
Ma invece di accettare quanto proposto da quel piano, quando ancora potevamo farlo, noi arabi decidemmo di non accettare uno Stato ebraico. Nel maggio 1948, Azzam Pasha, il segretario generale della Lega araba, riferendosi alla nuova parte ebraica prevista dal piano di ripartizione, dichiarò: “Questa sarà una guerra di sterminio, un grande massacro di cui si parlerà come dei massacri mongoli e crociati”. Noi abbiamo iniziato una guerra volta a sradicare il nuovo Stato fin dai suoi primi passi, ma abbiamo perso, e il risultato del nostro errore è stato uno Stato ebraico molto più forte:
La maggioranza ebraica dello Stato ebraico è aumentata notevolmente grazie allo scambio di popolazione che ebbe luogo, con molti arabi in fuga dalla guerra con Israele e molti ebrei che lasciavano un mondo arabo ostile per unirsi al nuovo Stato.
Gli ebrei acquisirono nuovi territori durante la guerra da noi avviata, con conseguenti linee armistiziali (oggi chiamate linee verdi o precedenti il 1967), che consegnarono a Israele una parte del territorio in precedenza assegnato allo Stato arabo. Lo Stato ebraico inoltre acquisì una contiguità territoriale decisamente migliore, mentre le porzioni di territorio assegnate allo Stato arabo furono divise in due parti (Gaza e la Cisgiordania) separate da quasi 50 km.
Forse non si dovrebbero ingaggiare guerre se non si è disposti ad accettare l’idea di poterle perdere.
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Nel maggio 1948, Azzam Pasha, il segretario generale della Lega araba, riferendosi alla nuova parte ebraica prevista dal piano di ripartizione, dichiarò: “Questa sarà una guerra di sterminio, un grande massacro di cui si parlerà come dei massacri mongoli e crociati”.

Altre guerre e altri errori

Dopo la guerra d’indipendenza (il nome che gli ebrei dettero alla guerra del 1947-1948), Israele era praticamente confinato al territorio all’interno delle linee verdi. Israele non aveva alcuna autorità o diritto su Gaza e la Cisgiordania. Avremmo avuto due opzioni se avessimo scelto di fare pace con Israele a quel tempo:
Avremmo potuto annettere Gaza all’Egitto e la Cisgiordania alla Giordania, conferendo ai palestinesi la cittadinanza di uno di questi due paesi arabi relativamente forti, numericamente e geograficamente più forti di Israele.
Avremmo potuto creare un nuovo Stato a Gaza e in Cisgiordania.
Invece, preferimmo continuare le ostilità con Israele. Nella primavera del 1967, formammo una coalizione per attaccare Israele. Il 20 maggio 1967, il ministro della Difesa siriano Hafez Assad disse: “È giunto il momento di iniziare una battaglia di annientamento”. Il 27 maggio 1967, il presidente egiziano Abdul Nasser dichiarò: “Il nostro obiettivo di fondo sarà la distruzione di Israele”. A giugno, ci vollero solo sei giorni per sconfiggerci e umiliarci di fronte al mondo. In quella guerra, perdemmo molti più territori, tra cui Gaza e la Cisgiordania.
Dopo la guerra del 1967 (che gli ebrei chiamano guerra dei sei giorni), Israele ci offrì terra in cambio di pace, dandoci in tal modo la possibilità di rimediare all’errore della guerra dei sei giorni. Rispondemmo con le Risoluzioni di Khartoum, dicendo: “Nessuna pace, nessun riconoscimento e nessun negoziato con Israele”.
Non avendo tratto una lezione dal 1967, formammo l’ennesima coalizione nell’ottobre 1973 e cercammo ancora di distruggere Israele. Ottenemmo qualche vantaggio ma poi la situazione si ribaltò e perdemmo di nuovo. Dopo questa terza sconfitta umiliante, la nostra coalizione contro Israele si ruppe e anche l’Egitto e la Giordania decisero di far pace con Israele.
Tutti noi rimanemmo ostinatamente contrari all’esistenza stessa di Israele, anche la Siria che, come l’Egitto e la Giordania, aveva perso territori che furono conquistati da Israele durante la guerra dei sei giorni. Oggi, Israele mantiene ancora il controllo su quei territori e non c’è alcuna prospettiva reale che essi siano restituiti alla Siria; il premier israeliano di recente ha dichiarato che “Israele non lascerà mai le alture del Golan”.

La tragedia dei palestinesi

Il più riprovevole e tragico dei nostri errori è il modo in cui noi arabi abbiamo trattato i palestinesi dalla dichiarazione d’indipendenza di Israele.
Gli ebrei israeliani hanno accolto i profughi ebrei in fuga dai paesi arabi e musulmani, incuranti dei costi e della difficoltà di integrare gente che arrivava da ambienti molto diversi. Israele ha integrato con entusiasmo i profughi provenienti da terre molto lontane come l’Etiopia, l’India, il Marocco, il Brasile, l’Iran, l’Ucraina e la Russia. Questa è stata una dimostrazione del forte legame esistente tra gli ebrei. Allo stesso tempo, anche noi abbiamo avuto l’opportunità di dimostrare il legame che unisce gli arabi, ma invece di accogliere i profughi arabi della guerra del 1947-1948, li abbiamo confinati nei campi, imponendo gravi restrizioni alla loro vita quotidiana.
In Libano, come riportato da Amnesty International, “i palestinesi continuano a subire discriminazioni e ad essere sottoposti a emarginazione nel mercato del lavoro e questo contribuisce a provocare elevati livelli di disoccupazione, bassi salari e pessime condizioni di lavoro. Se le autorità libanesi di recente hanno tolto le restrizioni su 50 delle 70 professioni vietate ai palestinesi, questi ultimi continuano a incontrare di fatto ostacoli nel trovare un impiego in questi settori. La mancanza di adeguate prospettive di occupazione comporta un alto tasso di abbandono scolastico per gli scolari palestinesi anche a causa della mancanza di possibilità di accesso alla scuola pubblica secondaria. La conseguente povertà è aggravata dalle restrizioni poste al loro accesso ai servizi sociali”.
Anche il Libano e la Siria non sono riusciti a integrare i rifugiati che in precedenza vivevano a pochi chilometri dai loro confini e che condividevano con i siriani e i libanesi pressappoco la stessa cultura, la lingua e la religione. La Giordania ha integrato alcuni profughi, ma non tutti. Avremmo potuto dimostrare che noi arabi siamo un grande e nobile popolo, invece abbiamo dimostrato al mondo, e continuiamo a farlo, che il nostro odio verso l’altro e verso gli ebrei supera ampiamente qualsiasi idea di presunta solidarietà araba. Con nostra somma vergogna, settant’anni dopo che i profughi palestinesi hanno lasciato Israele, i loro discendenti sono ancora considerati rifugiati.
La cosa peggiore del modo in cui trattiamo i profughi palestinesi è data dal fatto che anche in Cisgiordania e a Gaza si fa ancora distinzione tra i profughi palestinesi e i palestinesi autoctoni. In questi territori, secondo i dati relativi al 2010 e diffusi da Palestinian Refugee ResearchNet della McGill University, il 37 per cento dei palestinesi della Cisgiordania e di Gaza vive nei campi! A Gaza ci sono otto campi profughi palestinesi e in Cisgiordania diciannove. Gli ebrei non tengono gli arabi nei campi, noi sì. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas rivendica uno Stato su quei territori, ma non possiamo aspettarci che venga preso sul serio quando egli lascia che i profughi palestinesi sotto la sua autorità vivano nei campi senza riuscire nemmeno a integrarsi con gli altri palestinesi. L’assurdità della situazione è paragonabile solo all’insensibilità.

Il punto in cui ci troviamo adesso

A causa dei nostri errori, i nostri rapporti odierni con Israele sono un fallimento. L’unica forza delle nostre economie è il petrolio, una risorsa deperibile e il cui valore è in calo, a causa del fracking. Non abbiamo fatto abbastanza per prepararci al futuro quando avremo bisogno di inventiva e produttività. Secondo Foreign Policy Magazine, “Sebbene i governi arabi abbiano da tempo riconosciuto la necessità di prendere le distanze da un’eccessiva dipendenza dagli idrocarburi, non sono riusciti a farlo. (…) Anche l’economia degli Emirati Arabi Uniti, una delle più diversificate del Golfo, è fortemente dipendente dalle esportazioni di petrolio”.
Nel 2015, Business Insider ha collocato Israele al terzo posto fra i paesi più innovativi del mondo. I paesi di tutto il mondo beneficiano della creatività di Israele, comprese nazioni lontane e avanzate come il Giappone. Eppure, noi snobbiamo Israele, una potenza tecnologica che è proprio lì ai nostri confini.
Non riusciamo nemmeno a trarre vantaggio dal genio militare di Israele per farci aiutare a combattere nuovi e devastanti nemici come l’Isis.
Ma quel che è peggio è che una delle nostre popolazioni, i palestinesi, è dispersa – divisa, disillusa e assolutamente incapace di rilanciare il progetto nazionale che abbiamo trafugato da sotto i loro piedi nel 1948 e che da allora abbiamo sfigurato rendendolo irriconoscibile.
Dire che dobbiamo cambiare il nostro approccio nei confronti di Israele è un eufemismo. Ci sono cambiamenti fondamentali che noi stessi dobbiamo effettuare e dobbiamo trovare il coraggio e la forza morale di farlo.
Gli ebrei non tengono gli arabi nei campi, noi sì.
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Fred Maroun è un giornalista canadese di origine araba orientato a sinistra, scrive tra l’altro per New Canadian Media. Maroun ha vissuto in Libano dal 1961 al 1984.

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